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una storia originale di Andrej Koymasky


LA PENNA ALATA CAPITOLO 10 - UN INCONTRO SPECIALE

Nel febbraio del 1941, mentre Geoffroy, con il vassoio del cibo in mano, stava cercando un posto libero in mensa per mangiare il pranzo, vide a un tavolo un bel polacco biondo, distinguibile dal bracciale che aveva sulla manica della giacca; accanto a cui c'era un posto libero.

"Scusi, posso sedere qui?" gli chiese in inglese.

Il polacco sollevò gli occhi, d'un celeste chiaro chiaro, gli sorrise e disse: "Prego."

Sedette e si presentò: "Io sono Geoffroy Vauquelin, degli uffici francesi. Lei è nuovo qui, vero?"

"Sì. Mi chiamo Mietek Nieurzyla, piacere." gli disse il polacco con un timido sorriso e gli porse la mano.

Geoffroy posò il vasoio e gli strinse la mano: la presa era ferma, né troppo stretta né toppo molle, e dette una buona sensazione a Geoffroy, che era abituato a dare una prima valutazione di una persona dal suo sorriso e dalla sua stretta di mano: quel giovane uomo gli fece una ottima impressione. Sedette accanto al polacco.

"Lavora nell'ufficio traduzioni?"

"Sì, da oggi. Sono arrivato in Inghilterra nel 1939, e prima lavoravo nella biglietteria di un cinema. Poi un amico mi ha detto che cercavano un nuovo interpete e traduttore. Qui la paga è abbastanza migliore."

"Sufficiente per vivere, se si risparmia. Si trova bene in Inghilterra, Mietek?"

"Come ci si può trovare quando si è esuli... lei dovrebbe saperlo quanto me, Geoffroy. Non male, comunque. Solo che gli inglesi sono molto freddi. E all'inizio avevo qualche difficoltà a capirli e farmi capire, perché il mio inglese era scolastico: non lo pronunciavo nel modo giusto, pur conoscendolo bene."

"Che cosa faceva, in Polonia?"

"Vivevo a Cracovia, ero un pittore. Non famoso, ma guadagnavo bene sia con i miei ritratti che con i miei paesaggi... E lei, Geoffroy?"

"Scrivevo articoli di costume per un giornale, a Parigi. Per Le Figaro."

"Oh, a volte lo leggevo. Forse perciò ho anche letto qualche suo articolo. Ha detto che di cognome si chiama Voquerin?"

"No, Vauquelin. Ma firmavo i miei articoli con uno pseudonimo: conte Geoffroy de Sainte Sabine..."

"Sì... ricordo di aver letto qualche suo articolo! Dovevo pensarci, dato che lei si chiama Geoffroy. Il suo stile era molto elegante, e il contenuto interessante. Pensavo che lei fosse più vecchio, però... e meno alla mano..."

"Beh, presto compio quaranta anni..."

"Giovane, sì. Io ne ho appena compiuti trentatré... gli anni di Gesù Cristo..."

"Le auguro di non fare la stessa fine." gli disse sorridendo Geoffroy.

Mietek sorrise: "Lei ha un bel sorriso, Geoffroy."

"Anche lei. Dipinge ancora?"

"No, i buoni colori costano troppo. Però faccio qualche disegno a matita o a penna, per tenermi in allenamento. Lei scrive ancora?"

"Qualche racconto, ma solo per diletto. Non ho un editore." gli disse Geoffroy con un sorriso.

"In francese o in inglese?"

"L'uno e l'altro, anche se il mio inglese non è veramente fluido ed elegante. La mia sintassi è ancora troppo francese, credo."

Chiacchierarono un po', poi tornarono ciascuno al proprio lavoro. Il giorno dopo fu il giovane polacco che gli chiese se poteva sedere al suo tavolo.

"Certo, con piacere. Come sta, Mietek?"

"Bene, grazie. Anche lei, spero."

"Stamattina stavo quasi impazzendo a tradurre un testo in francese: era pieno di espressioni idiomatiche, fra cui troppe per me erano quasi incompresibili. Mi piacerebbe vedere qualcuno dei suoi disegni Mietek. Ne ha qui?"

"No, li ho a casa. Se vuole, quando usciamo, può fare un salto da me, così glieli faccio vedere."

"Molto volentieri. Vive da solo?"

"No, divido una stanza con un altro polacco."

"Siete... amici?"

"Beh, lo si è diventati. Ma forse dire amici è troppo. Siamo sempliemente compagni di camera. Lui lavora qui, è lui che mi ha trovato questo lavoro. Ah, ecco, vede? È quell'uomo seduto là accanto alla stufa, quello con la giacca verde scuro."

"Ah, sì, si chiama Karol, mi pare."

"Sì, esatto. Karol Lapinski. Viveva a Varsavia, era un violinista."

"Lei ha lasciato qualcuno, in Polonia?"

"No, a parte lontani parenti con cui però quasi non avevo contatti. E lei, in Francia?"

"Solo amici. Non avevo famiglia."

"Chi aveva famiglia ha avuto maggiore difficoltà a fuggire... Crede che riusciremo, un giorno, a tornare in patria?"

"Sì, lo credo. Dovrei dire forse che lo spero, ma amo crederlo."

"Noi polacchi dobbiamo essere grati a voi francesi, come anche agli inglesi: siete entrati in guerra per noi."

"Se non fosse stato per voi, avremmo dovuto farlo ugualmente, prima o poi. Non si poteva tollerare di avere un vicino aggressivo e pazzo come l'imbianchino tedesco e la sua cricca."

"È la prima volta che lo sento chiamare così."

"Era solo un imbianchino."

"Sì, lo so... ma trovo divertente che lo si chiami così. Anche se può suonare offensivo per gli imbianchini." gli disse sorridendo Mietek.

A Geoffroy piaceva molto il sorriso pulito e fresco, da ragazzino, del bel polacco. "Lei dovrebbe sorridere più spesso, Mietek: le dona. Si sente che il suo sorriso proviene da un cuore puro."

"È gentile a dirmi questo. Ma non credo di essere più... puro di altri." si schermì il giovanotto.

Quando uscirono dal lavoro, Mietek lo condusse nella stanza che condivideva con Lapinski, che arrivò poco dopo.

Geoffroy apprezzò molto lo stile dei disegni del giovane polacco. Erano quasi miniature, molto accurati ed espressivi, pur essendo solo in bianco e nero. Aveva un tratto sicuro, essenziale, con una lieve influenza di Art Déco.

"Sono molto belli." commentò Geoffroy.

"Davvero le piacciono?" gli chiese il polacco con un sorriso quasi meravigliato.

"Sì, molto."

"Allora ne scelga uno: glielo regalo. Quello che le piace di più."

"Posso prendere questo? Rappresenta la morte di Giacinto, non è vero?"

"Sì, esatto. Conosce la leggenda?"

"L'ho studiata, in greco, molti anni fa... Ha espresso molto bene il dolore di Apollo per il suo amato."

Lapinsky, che stava leggendo un libro, sollevò il capo: "Non so come si possano rappresentare certe scene... che esaltano un amore innaturale e vergognoso." commentò con espressione accigliata.

"L'amore non può essere vergognoso né innaturale, e il dolore comunque è un sentimento degno di rispetto." gli rispose Geoffroy.

"L'amore no, concordo con lei. Ho sbagliato infatti a definirlo amore. È solamente concupiscenza, lussuria, un sentimento peccaminoso."

"Non più peccaminoso, caro signor Lapinski, di chi si erge a giudice degli altri, sostituendosi a Dio!" lo rimbeccò Geoffroy con un sorriso lieve, ma in tono deciso.

"Non mi sostituisco a Dio, ma è scritto nella Bibbia il giudizio che esprimo. La troppa indulgenza è la causa della rovina della nostra società."

"Come la dittatura. E comunque preferisco la troppa indulgenza di cui lei mi accusa, alla dittatura dei nazisti: penso che non possa essere in disaccordo con me, caro signor Lapinski."

L'uomo brontolò qualcosa e si rimise a leggere.

"Ha voglia di uscire un poco, Mietek?" gli chiese Geoffroy.

"Sì, volentieri."

Quando furono in strada, il giovane polacco gli disse: "Deve scusarlo, è uno di quei cattolici vecchio stile. Non è un uomo cattivo. Ha solo la mente un po'... ristretta."

"Le persone oneste ma dalla mente ristretta sono più pericolose delle persone disoneste ma dalla mente aperta. Sono quelli che fanno le crociate, e che per eliminare una malattia, ucciderebbero il malato."

"Un giudizio un po' impietoso, non crede, Geoffroy? Non mi dica che preferisce gli ipocriti. Lapinski, per lo meno, è onesto... anche se un po' intollerante su certi argomenti."

"L'ipocrisia è un omaggio alla virtù... L'intolleranza, invece, è un'offesa alla virtù."

Camminarono per un po', fianco a fianco, chiacchierando gradevolmente.

"Ora devo tornare indietro... questa sera tocca a me preparare la cena."

"Fate una sera a testa?" gli chiese Geoffroy, dispiaciuto di dover interrompere quella picevole compagnia.

"Sì, ci dividiamo i compiti."

"Avrei piacere che venisse da me, una sera, Mietek, per farle leggere i miei ultimi scritti."

"Verrò volentieri, una sera in cui non tocca a me cucinare." gli disse il giovane pittore con un sorriso.

"Grazie per il bellissimo disegno, lo terrò caro."

"Ho piacere che lo abbia lei e che lo apprezzi."

Il giovane pittore polacco e Geoffroy iniziarono a frequentarsi e Mietek andò anche a casa di Geoffroy che gli fece vedere alcuni suoi scritti che il pittore lesse sia in francese che in inglese, dato che conosceva entrambe le lingue abbastanza bene.

"Lei ha uno stile molto bello, a mio parere, anche in inglese, ma certamente non conosco abbastanza profondamente questa lingua per poter dare un giudizio valido. Il contenuto è comunque molto bello: mentre leggevo le storie che ha scritto, mi figuravo le scene, vedevo, per così dire le illustrazioni."

"Davvero Mietek? Penso che sarebbe molto bello se lei volesse illustrare uno dei miei racconti." gli disse Geoffroy.

Mietek chiese una matita e un foglio di carta, e abbozzò uno schizzo ispirato a uno dei racconti che aveva appena letto. Geoffroy lo guardava, affascinato, tracciare le linee fluide, con tratti sicuri.

"È bello... molto bello." mormorò Geoffroy.

"Perché è bello quanto lei ha scritto, tanto bello da darmi l'ispirazione."

"Credo che se lei potesse illustrare i miei testi, sarebbe forse molto più facile venderli... e potremmo fare metà dei proventi, che ne dice?"

"Mi piacerebbe, Geoffroy, al di là dell'eventuale guadagno, che comunque non mi dispiacerebbe avere. Ma come le ho detto, non sono in grado di comprarmi il materiale necessario: i pennelli di martora, carte adatte, buoni colori e il resto, costano cari. Inoltre sarebbe un investimento aleatorio."

"Se io fossi in grado di procurarle tutto il materiale, Mietek, lei sarebbe d'accordo a provare?" chiese lo scrittore con entusiasmo.

"Mi piacerebbe, certo. Ma non sarebbe meglio, prima di imbarcarsi in una simile impresa, che trovasse un editore?"

"Non so... non credo sia necessario... e pensavo che forse, invece di trovare un editore, potremmo produrre solo alcuni originali, un po' come i codici miniati degli antichi monaci, e venderli ad amatori, a prezzi da collezionisti."

Mietek annuì: "Sarebbe molto bello e potrebbe funzionare, ma crede sia facile creare un mercato di questo genere?"

Geoffroy si stava entusiasmando: "Io le procuro tutto il materiale che le occorre, e lei illustra alcuni miei racconti il cui testo io scriverò a mano, a penna. Poi si fanno rilegare in pelle e si fa incidere in copertina il titolo, il suo e il mio nome e la data. Poi andiamo a proporli a qualche personaggio importante."

"Sì... essendo pezzi unici... Prima di eseguire la copia di un racconto, potremmo fare una bozza, in modo di poterne anche fare altre copie, qualora ve ne fosse la richiesta. Essendo scritti e dipinti a mano, anche le copie sarebbero pezzi unici e originali. Si può tentare... Ma dove possiamo lavorare? Da me c'è buona luce, ma troppo poco spazio, da lei c'è spazio ma poca luce."

"Che ne dice se, unendo le forze, ci trovassimo un altro luogo, in cui vivere e lavorare assieme?" chiese Geoffroy con crescente entusiasmo.

"Sì, mi piacerebbe molto, ma come le ho detto, non dispongo purtroppo di sufficiente denaro per..."

"Io sì. Ho portato via dalla Francia alcuni preziosi gioielli che potrei vendere ricavandone una forte somma."

"Si priverebbe di gioielli di famiglia?" chiese Mietek stupito.

"Non sono cose a cui sono affezionato. Sono costosi regali che ho ricevuto da ammiratori, cose anche molto belle e certamente di grande valore venale, ma che non hanno alcun valore affettivo per me. Le ho portate proprio in previsione del fatto che avrei potuto un giorno, durante questo esilio, aver bisogno di una somma di denaro. Le venderei molto volentieri. Che ne dice, accetta?"

"Lei mi tenta, Geoffroy. Se davvero è disposto... Ma così tutto lo sforzo economico sarebbe suo, perciò non sarebbe giusto che lei desse a me la metà dei guadagni. Dovrebbe prima, come minimo, riprendersi il denaro che vi ha investito. Comunque, l'idea mi pare talmente bella, che sarei disposto a farlo anche senza guadagno. E non mi dispiacerebbe poter vivere con lei, invece che con quel degno signor Lapinski."

"Qua la mano, Mietek! Da questo momento siamo soci! La Nierzyla & Vaquelin è nata!" disse con entusiasmo, tendendogli la mano.

Il polacco la strinse e, senza lasciarla, disse con un sorriso: "La Vaquelin e Nierzyla, piuttosto..."

"No, no, in ordine alfabetico! Affare fatto?"

"Affare fatto! Però a un patto..."

"Dica."

"Tutto ciò che non riusciremo a vendere, resterà di sua proprietà. E finché non le avrò ripagato le spese che sosterrà per quanto mi occorre per dipingere, terrà lei la mia parte."

"Non è necessario..." disse Geoffroy.

"Lo è per me. La prego."

"Come desidera: terrà lei il libro dei conti, d'accordo?"

"Sì, così va bene. Ora, per prima cosa, dobbiamo trovare il luogo adatto. Da dove cominciamo?"

"Spargendo la voce fra i nostri colleghi al lavoro." propose Geoffroy.

Andarono a vedere assieme alcuni locali. Un giorno trovarono un appartamentino in Redston Road, vicino ad Alexandra Park. L'ingresso si apriva in una vasta stanza con un bow-window, molto luminosa, che a sua volta aveva tre porte, una a destra verso una piccola camera da letto, la centrale verso il gabinetto con bagno e la terza verso la cucina. L'appartamentino era al secondo piano, ed era ammobiliato con il minimo per viverci. Il prezzo non era basso, ma abbordabile.

"Peccato, avesse avuto una camera da letto in più, sarebbe stato perfetto." disse Geoffroy.

"È molto bello, il soggiorno molto vasto e luminoso... io potrei dormire in un lettino nel soggiorno." disse Mietek.

"Se invece del letto matrimoniale vi fossero due lettini... magari a castello, potremmo dormire tutti e due nella camera da letto... se a lei non dà fastidio."

"Con Lapinski si dormiva nella stessa stanza, per me non ci sarebbe nessun problema, se non è un problema per lei."

"No, per me non sarebbe un problema neppure dividerci il letto matrimoniale." disse Geoffroy pensando che in realtà avrebbe forse potuto costituire un problema per lui, che si sentiva sempre più attratto da Mietek.

C'era stato un momento, nei giorni precedenti, in cui Geoffroy aveva quasi deciso di provarci con Mietek, talmente si sentiva attratto dal bel polacco. Aveva rinunciato, un po' a malincuore, quando aveva avuto l'impressione che il seducente pittore stesse facendo la corte a una graziosa segretaria inglese che lavorava con loro.

"Se non è un problema per lei, allora possiamo prendere in affitto questo appartamento. Oltretutto è abbastanza vicino alla stazione della metropolitana e potremmo andare al lavoro senza problemi."

Così fissarono l'appartamento e vi si trasferirono. Geoffroy salutò Peter facendo un'ultima volta l'amore con il bel giovanotto, che poi l'aiutò a traslocare. Quindi andò a vendere il suo orologio Cartier di platino, e altri due gioielli, ricavandone una discreta somma.

Con Mietek andarono a comprare ottimi acquerelli, pennelli, belle carte a mano e il necessario per dipingere. Da un falegname fecero fare un ampio tavolo che occupava tutto il bow-window, e un altro lungo tavolo da porre sotto le finestre dell'altro lato del soggiorno, in modo di avere sufficienti piani di lavoro.

La prima notte in cui condivisero il letto matrimoniale, parlarono a lungo, stando ognuno dalla propria parte. Si erano messi a letto indossando solo le mutande a calzoncino e la maglietta. I loro corpi non si sfioravano neppure, ma Geoffroy si sentiva incredibilmente eccitato.

Mietek si occupava di cucinare i pasti e Geoffroy di tenere pulita la casa. Nel tempo libero dal lavoro e dalle faccende di casa, si misero a progettare il primo dei loro libri. Per prima cosa decidevano quali illustrazioni fare, poi impostavano le varie pagine, con la porzione di testo da inserire fra le illustrazioni e la cornicetta decorata. Quando era impaginato, contando le facciate, vedevano come impostare il volumetto in modo che fosse composto di fascicoletti da cucire assieme.

Terminata questa fase, Mietek prendeva i grandi fogli di pesante carta a mano che sarebbero poi stati piegati in due e fascicolati e su ognuno tracciava a matita, secondo le bozze, gli spazi che delimitavano la parte in cui Geoffroy doveva scrivere e quelli in cui lui avrebbe dipinto.

Avevano deciso di preparare cinque o sei prototipi da far rilegare, prima di provare a venderli, in modo che l'eventuale acquirente avesse una certa scelta.

Il lavoro, lungo e meticoloso, portò via parecchie settimane, anche perché lo potevano fare solo nei ritagli di tempo. Ma stava prendendo forma e i due ne erano sempre più entusiasti.

Anche la loro vita in comune procedeva bene, stavano ottimamente assieme, e si sviluppò fra loro una forte amicizia. Geoffroy doveva esercitare un notevole autocontrollo per non provarci con Mietek, verso cui si sentiva sempre più attratto e non solo fisicamente.

L'aveva visto più volte seminudo, quando usciva dal bagno con il solo asciugamano attorno ai fianchi, e una volta l'aveva anche intravisto completamente nudo, quando al bel polacco era scivolato via l'asciugamano, che aveva prontamente risistemato, arrossendo lievemente.

Vivevano assieme da quattro mesi, quando finalmente portarono da un rilegatore i sei volumetti. Scelsero il tipo di copertina: pelle bianca con fregi in argento e il titolo e i loro nomi impressi in un diverso colore per ogni libro.

Quella sera, a letto, Mietek disse: "Ora resta solo da fissare il prezzo e trovare a chi proporre l'acquisto. Quasi mi dispiace venderli, son così belli!"

"Ce ne faremo una copia per noi, eventualmente. Anche a me piacciono molto. Siamo stati in gamba, vero, Mietek?"

"Sì, possiamo essere fieri di noi. Ma il merito è principalmente tuo."

"No, tuo: senza le tue splendide illustrazioni, non..."

"Macché! Tuo, prima di tutto perché i racconti sono molto belli e poi sei tu che l'hai reso possibile vendendo..."

"Tuo, tuo, non mio..."

Ridendo e scherzando, Mietek iniziò a fare solletico a Geoffroy, che per sottrarsi, cercò di immobilizzarlo. Mietek, ridendo, gli andò sopra per non lasciarlo sfuggire... e Geoffroy si rese conto che il suo amico, così facendo, aveva sentito la sua forte erezione.

Si immobilizzò diventando serio e con la testa in tumulto, chiedendosi come l'amico avrebbe reagito. Vide che anche questi, che gli teneva i polsi immobilizzati sul cuscino ai fianchi della testa, e che gli pesava sopra con tutto il corpo, diventava a sua volta serio.

"Mi dispiace, Mietek, non avrei voluto, ma..." mormorò Geoffroy confuso.

Il bel polacco abbassò il volto e le sue labbra si posarono su quelle di Geoffroy facendolo tacere. Poi sollevò di nuovo il volto e chiese, in un sussurro: "Anche tu mi desideri, Geoffroy?"

"Io... credevo... Ti ho sempre visto fare la corte a quella segretaria, a Margie..."

"La corte? No, è simpatica, di gradevole compagnia, ma a me non interessano le ragazze... E è un secolo che speravo... sognavo... Solo che tu non mi hai mai dato nessun segno... Anche tu mi desideri?" chiese di nuovo.

"Di più non potrei... Oh, Mietek... io... non credo solo di desiderarti... sto così bene con te che vorrei... starci per sempre."

Il bel polacco lo baciò di nuovo, e questa volta Geoffroy sentì che anche l'amico aveva una bella erezione.

"Per sempre, dici?" chiese il pittore con occhi luminosi.

"Se anche tu..."

"Io sono innamorato di te, Geoffroy. Ed era così difficile cercare di nasconderlo! Ogni giorno più difficile."

"Anche io ti amo!" esclamò commosso Geoffroy stringendolo a sé. "È la prima volta che mi sento innamorato e è così bello, così incredibilmente bello... soprattutto ora che anche tu mi dici di essere innamorato di me!"

"Quanto siamo stati sciocchi a cercare di nasconderlo uno all'altro, vero?"

"Ma forse è stato utile, per capire meglio il nostro sentimento. Per me è la prima volta, come ti dicevo. Mi pare di essere tornato un adolescente."

"Per me non è la prima volta, te lo devo confessare. Però le prime due volte, ora lo so, nonostante siano finite, sono state preziose, perché m'hanno preparato a questo amore, che è più profondo e vero degli altri."

Si baciarono di nuovo. Mietek tolse la maglietta al compagno, e questi a lui, e si unirono di nuovo, petto contro petto, ventre conto ventre, godendo del dolce calore della pelle dell'altro.

Si carezzarono a lungo, giocando lietamente con le loro labbra e le lingue, guardandosi con occhi luminosi, esplorando l'uno il corpo dell'altro in lunghe, tenere carezze.

"Dio, quanto sono felice!" esclamò Mietek con voce bassa e calda.

"Fammi tuo, amore." mormorò Geoffroy, emozionato, cingendogli la vita con le gambe ed offrendoglisi.

"Sì. Ma anche io vorrei che tu mi facessi tuo."

"Sì, mio Mietek, mio amato e dolce Mietek."

Geoffroy gli spinse giù le mutande, gli carezzò il membro turgido e il sacchetto contratto sotto di questo. Mietek finì di sfilarsele, poi le tolse anche all'amico, e iniziò a baciarlo e lecchettarlo cominciando dal collo, scendendo a soffermarsi sui capezzoli, scendendo giù giù fino a fare una seconda sosta sull'ombelico incavato, poi ancora più giù, finché, sostenendo il bel membro duro dell'uomo sul palmo della mano, vi passò su e giù la lingua più volte e infine ne prese a punta fra le labbra.

"Girati, amore... voglio anche io..." disse Geoffroy.

Mietek si girò su di lui, standogli sopra a quattro zampe, senza lasciare il membro virile dell'amante. Geoffroy sollevò il capo e prese fra le labbra il bel frutto che pendeva fra le cosce dell'amato, suggendolo con passione e desiderio.

Dopo un po', Geoffroy forzò gentilmente l'amante a girarsi di nuovo e gli si offrì, guidandolo dentro di sé. Lo sentì entrare, forte e saldo, e lo accolse con un lungo e basso mugolio di piacere. Quando gli fu completamente dentro, Mietek gli sorrise e gli carezzò una guancia, con tenerezza.

"Oh, amore, che bello!" sospirò Geoffroy. "Dai... fammi sentire quanto mi ami!"

Mietek iniziò allora a muoversi in lui con lunghe e calme, ma vigorose spinte, in un piacevolissimo va e vieni. Si guardavano negli occhi illuminati da un lieto sorriso, donandosi reciproco piacere e godendo l'uno dell'altro.

"Ti piace, amore?"

"Sì, Mietek. E a te?"

"Anche... ma non vedo l'ora di averti dentro di me!"

"Non venire subito... facciamo un po' per uno. Vuoi?"

"Sì, mio Geoffroy, certo."

"Oh, Mietek... Mietek... dai... dai... sono tutto tuo!"

"E io tuo, finalmente. Per quanti mesi ho sognato di potermi dare a te!"

Dopo alcuni minuti, il bel pittore si fermò e scese a baciare l'amante: "Ora prendimi tu, amato mio! Ho bisogno di sentirti in me."

Si staccarono, Mietek si stese e piegò le gambe contro il proprio petto. Geoffroy con lieto desiderio gli andò sopra e gli si immerse dentro, poi iniziò a muoversi con virile vigore. Il bel polacco lo accolse in sé con un sorriso beato, socchiudendo gli occhi per gustare meglio quella desiderata penetrazione, quel forte va e vieni nel suo caldo canale.

"Quanto sei stretto, amore!" gli mormorò con piacere Geoffroy.

"Sono quasi quattro anni che non accolgo più nessuno, così. Mio dio, quanto mi piace. Sono tuo... sei mio... È troppo bello!"

Geoffroy gli fece passare le braccia sotto la schiena e gli pose le mani sulle spalle, tirandolo a sé, mentre continuava a muoverglisi dentro con appassionate spinte.

"Oh, sì, così... così, amore... che bello! Oh, il mio uomo è finalmente in me! Non è più solo un sogno. Il mio forte maschio, il mio forte e dolce amante... mi sta portando con sé in paradiso."

Si alternarono così, prendendosi e donandosi l'uno all'altro con forte e tenera passione. Infine Mietek non riuscì più a trattenersi, a tenere sotto controllo la propria passione e donò il proprio seme all'amante. Poi, quasi con urgenza, si offrì nuovamente a lui.

Mentre, soddisfatti e felici, riposavano, l'uno fra le braccia dell'altro, Geoffroy gli chiese: "Poco fa m'hai detto che sono quattro anni che non facevi più l'amore?"

"Sì, è così... e tu sei il mio terzo uomo, ma quello giusto, quello che ho sempre sperato di trovare, un giorno."

"Il terzo? Vuoi dire che un ragazzo bello come te... ha avuto solo tre uomini?" gli chiese Geoffroy stupito. Poi, quasi vergognandosi, gli disse sottovoce: "Io invece ne ho avuti anche troppi... anche se mai nessuno come te."

"Sei stato un birichino, dunque." gli disse Mietek con un tenero sorriso, carezzandogli il volto.

"Ma non lo sarò più, ora che ho te!"

"Lo spero... Dio, sai che ti amo tanto?"

"Anche io... e non mi sono mai sentito così felice!"


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