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una storia originale di Andrej Koymasky


LA PENNA ALATA CAPITOLO 12 - RITORNO A PARIGI

Mietek, dopo aver dato le proprie generalità e mostrato i propri documenti alla segreteria del generale LeClerc, giurò nelle sue mani, quindi fu arruolato assieme a Geoffroy nella Seconda Divisione Corazzata dell'esercito francese.

In previsione dell'atteso attacco alle difese tedesche sulle coste francesi della Manica, affidarono a Melvyn il loro appartamento con le loro cose. Infatti dovettero sospendere le loro attività artistiche, per seguire i necessari addestramenti nell'uso delle armi e al previsto sbarco.

Le coste inglesi della Manica si stavano affollando di divisioni americane, britanniche e francesi. I tedeschi, per contrastare lo sbarco degli alleati, stavano fortificando le coste francesi costruendovi bunker, disseminando le spiagge di un numero enorme di mine, ammassandovi le loro truppe, costruendo quello che chiamarono il Vallo Atlantico.

Negli alti comandi Alleati vi era una grande incertezza su dove eseguire lo sbarco. Gli americani preferivano Calais, concordando, senza saperlo, con le supposizioni tedesche; gli inglesi invece preferivano la Normandia piché aveva le difese più deboli. Nell'agosto del 1943, alla conferenza di Quebec, fu deciso di attaccare in Normandia, con l'approvazione di Churchill, Roosevelt e dei capi di Stato Maggiore delle due potenze.

Furono iniziate azioni per convincere i tedeschi che lo sbarco sarebbe avvenuto dove se lo aspettavano, cioè a Calais. Per ciò si bombardò pesantemente sia la città che il suo territorio. Inoltre, quando già il grosso della flotta di liberazione navigava verso la Normandia, un'altra flotta "finta", scortata da aerei, si diresse verso Calais.

L'inganno riuscì, sì che i tedeschi continuarono a credere che lo sbarco in Normandia fosse soltanto una finta e che la vera invasione avrebbe avuto luogo a Calais, dove avevano concentrato il grosso delle forze. Finalmente giunse il giorno della partenza della prima ondata di attacco alleato.

L'operazione di sbarco, denominata "Overlord", iniziò dopo la mezzanotte del 5 giugno del 1944. Il 6 giugno del 1944, gli alleati, forti di quasi tre milioni di uomini, di cui circa 1.700.000 americani e gli altri inglesi, francesi, polacchi, belgi, canadesi, norvegesi e cecoslovacchi, iniziarono a sbarcare su un tratto di cento chilometri circa, che si estendeva da Le Havre a Cherbourg.

Ma ai francesi fu chiesto di non partecipare alla prima ondata di attacco. Questi erano scontenti, si sentivano quasi traditi, e a poco servivano le spiegazioni che sarebbero sati più utili in un secondo momento.

Passarono quasi due mesi quando, finalmente, la Seconda Divisione Corazzata francese, agli ordini del generale LeClerc e incardinata nella Terza Divisione americana agli ordini del generale Patton, fu imbarcata e portata sulle coste francesi, dove il Vallo Atlantico con cui i tedeschi s'erano illusi di bloccare l'attacco alleato era stato completamente sfondato e superato. Sbarcarono in Normandia il primo agosto del 1944.

Il loro primo compito fu di chiudere la sacca di Falaise, e il 12 agosto liberarono Argentan fra le colline di Normandia e quelle di Perche, ed Alençon. Sia Geoffroy che Mietek si fecero onore, combattendo fianco a fianco con coraggio.

Il quartier generale degli alleati abbe notizia che Parigi era insorta contro i nazisti, e che Hitler aveva dato ordine al generale von Choltitz, che comandava la piazza, di radere al suolo la città. Dopo un burrascoso incontro fra il generale de Gaulle e il generale Eisenhower, finalmente il generale LeClerc ricevette l'ordine di avanzare il più rapidamente possibile su Parigi per liberarla.

Il 23 agosto, la Seconda Divisione Corazzata francese iniziò a percorrere i quasi cento trenta chilometri con la massima rapidità. Il 24 erano già oltre Fontainbleau e alle 9,22 di mattina il primo carro armato, guidato dal capitano Raymond Dionne, era già davanti al municipio di Parigi.

Il grosso della Seconda Divisione entrò in città il 25 agosto e nel pomeriggio dello stesso giorno, il generale LeClerc accettava la resa del generale Dietrich von Choltitz, che si era opposto all'ordine di Hitler di distruggere Parigi. Il 26 agosto il generale Omar N. Bradley cedette ai generali LeClerc e de Gaulle l'onore di terminare la liberazione della capitale e dell'ingresso trionfale in città.

Geoffroy ricordò il lontano giorno della fine della prima guerra mondiale: tutta la città era nuovamente uscita per le vie, in festa, e abbracciava i soldati francesi tornati a liberarla, donava loro fiori, li applaudiva.

Solo allora, Geoffroy si girò verso Mietek e gli disse, con uno stanco sorriso: "Siamo ancora vivi... e siamo ancora assieme!"

"Sì, amore mio!" gli sussurrò in risposta Mietek, con un ampio sorriso.

Appena poterono avere qualche giorno di licenza, prima di seguire il generale LeClerc per finire di liberare la Francia, Geoffroy fermò un'automobile e chiese al conducente se poteva portarli fino all'Ile de la Cité. L'uomo ve li portò volentieri.

Qui giunti, Geoffroy portò Mietek fino a Rue des Ursins, dove aveva abitato. Vide che il caffè-libreria era aperto e affollato di soldati alleati. Facendosi largo entrarono, e Geoffroy vide che c'erano Arnold e Jean-Pierre che stavano servendo gratis i soldati.

Allora Geoffroy gridò, per farsi sentire sopra la confusione: "Ehi, barista, non faresti due caffè anche per noi?"

"Sì, un attimo!" gridò Arnold e si girò a guardare... e riconobbe Geoffroy. "Mio Dio! Geoffroy! Sei tornato! Sei vivo!"

"Pare di sì!" rispose ridendo l'uomo e i due furono l'uno nelle braccia dell'altro.

Dopo poco lo vide anche Jean-Pierre, che corse ad abbracciarlo.

"È ancora tutto in piedi... tutto come l'ho lasciato." disse Geoffroy commosso.

"Quasi... Per salvare il salvabile, abbiamo deciso di ospitare nel tuo appartmento due ufficiali tedeschi con i loro attendenti..."

"Avete fatto molto bene. E come stanno gli altri?"

"Purtroppo... Sébastien e il suo ragazzo, Tuang Nhu, sono morti..."

"I tedeschi?" chiese Geoffroy sottovoce.

"Sì... non volevano negri e gialli... fra i piedi." sussurrò Jean-Pierre, gli occhi umidi di pianto.

"Porci bastardi!" esclamò Geoffroy con rabbia e dolore. Poi chiese: "Hai le chiavi del mio appartamento?"

"Sì, aspetta, te le porto." disse Arnold.

Quando questi tornò con le chiavi, prima di salire in casa, Geoffroy presentò Mietek ai due amici.

"Ah, finalmente il nostro Geoffroy ha messo la testa a posto, grazie a te!" disse Jean-Pierre stringendogli la mano.

"Benvenuto, Mietek. Siamo molto lieti di conoscerti." gli disse Arnold.

"Geoffroy mi ha parlato molto di voi. Sono lieto di conoscervi." rispose il pittore polacco con un ampio sorriso.

Finalmente Geoffroy portò su nel proprio appartamento il suo amato Mietek. Mentre gli faceva girare le varie stanze, vide che i danni che avevano fatto gli "ospiti" nazisti erano ridotti e che mancavano poche cose.

Il letto era disfatto. A Geoffroy disgustava di dormire dove aveva evidentemente dormito uno dei due ufficiali nazisti. Si fece aiutare da Mietek, tolse le lenzuola e ne mise di pulite. Spalancò le finestre e il festoso vociare della strada entrò nella stanza.

"Vieni, Mietek?" chiese Geoffroy tendendo una mano all'amante. "O preferisci fare prima un bagno, una doccia?"

"No, amore... preferisco farla dopo, con te. Ora... abbiamo aspettato anche troppo questo momento." gli rispose, e iniziò a sbottonargli l'uniforme.

Si spogliarono l'un l'altro, cercando di trattenere la fretta che entrambi sentivano. Si carezzavano e baciavano, frementi e pieni di desiderio. Quando furono finalmente nudi, si strinsero l'uno all'altro, gustando il palpitare del reciproco forte turgore.

"Vieni!" mormorò Geoffroy stendosi sul letto e tirando su di sé l'amante.

Mietek gli si stese sopra e, presogli il volto fra le mani, lo baciò con calda passione e forte desiderio. Strettamente allacciati, si rotolavano sul letto, felici come due ragazzini, ognuno cercando di tirare l'altro sopra di sé.

Infine Mietek, cingendo con le gambe il bacino dell'amante, gli chiese: "Mi prendi, amore?"

Geoffroy lo baciò, mentre muoveva il bacino in modo di spingergli il duro membro fra le natiche. Rispondendo all'appassionato bacio, Mietek scese con una mano ad afferrare la calda asta dell'uomo, e la diresse sull'obiettivo. Geoffroy iniziò a spingere e il bel polacco lo accolse in sé con un lungo mugolio di piacere, chiudendo gli occhi.

"Bentornato a casa tua..." gli mormorò Mietek, spingendo il bacino contro il suo pube per accogliere fino in fondo il virile membro del suo uomo.

Geoffroy iniziò a muoversi dentro di lui con salde spinte, mentre l'amante gli sfregava i capezzoli e gli carezzava i muscoli guizzanti. Il bel polacco aveva riaperto gli occhi e lo guardava con intenso amore, un sorriso beato sul volto mentre godeva i vigorosi e graditi assalti del suo amante dentro di sé.

"Ti amo, Mietek, ti amo tanto!"

"Sì... lo sento. Sono stati lunghi questi giorni senza poter fare niente. Anche io ti amo tanto, mio adorato. Non fermarti, questa volta."

Geoffroy gli sorrise e aumentò il ritmo delle proprie spinte. Il sorriso di Mietek s'accentuò. Il corpo forte dello scrittore era coperto da lievi goccioline di sudore, sia per il caldo della giornata che per l'intensa e piacevole ginnastica d'amore.

Poi Geoffroy si chinò sull'amato, lo baciò profondamente mentre muoveva con vigore il bacino spingendoglisi dentro e donandogli bordate su bordate di tiepido seme, sentendosi felice.

Poi si staccò dal suo amante: "No, non muoverti, amore." gli sussurrò.

Gli fece stendere le gambe, gli si mise a cavalcioni sul grembo e, tenendo ben dritto il duro membro di Mietek, vi si calò sopra accogliendolo tutto in sé.

"Ecco... così!" mormorò Geoffroy quando le sue natiche tese sfregarono contro le cosce dell'amato.

Cominciò a molleggiare su e giù, e ogni volta che Geoffroy calava sulla forte asta ben infissa in lui, Mietek arcuava il bel corpo spingendo in su il bacino per penetrarlo più a fondo.

"Oh, amore mio, quant'è bello averti nuovamente in me!" mormorò Geoffroy felice.

Rovesciò il capo indietro chiudendo gli occhi, puntò le mani dietro di sé e lasciò che Mietek lo prendesse con forti spinte di sotto in su. E finalmente anche il bel pittore polacco raggiunse un forte e bell'orgasmo dentro di lui.

Allora Geoffroy si stese nuovamente sul corpo dell'amante, e si baciarono mentre loro corpi si rilassavano languidamente, dopo le gradevoli fatiche d'amore.

"Andiamo a lavarci, amore? Siamo tutti e due coperti di sudore." gli disse Geoffroy.

"Stiamo ancora un poco così. Mi piace sentire il tuo corpo contro il mio. Quando dovremo tornare in servizio... si dovrà ricominciare a fingere di essere solo amici."

"Hai saputo che il nostro generale Jacques Philippe LeClerc, in realtà si chiama Philippe-Marie de Hauteclocque ed è un visconte?"

"Sì. Si dice che ha preso quello pseudonimo per timore che i nazisti si rivalessero sulla sua famiglia. Però pare che ora voglia chiedere che il suo nome sia ufficialmente cambiato in Jacques Philippe LeClerc." disse Mietek.

"Se può far cambiare il suo nome, può anche far ottenere a te la cittadinanza francese. Dobbiamo ricordargli la sua promessa e chiedergli di interessarsi anche di questo." gli disse Geoffroy.

"Ho sentito che la nostra divisione corazzata sarà mandata a liberare Strasburgo. Dopo, pensi che potremo chiedere il congedo?"

"Sicuramente. Una volta che sarà firmata la pace, saremo quasi tutti congedati. Quando torneremo qui, Mietek, ti andrebbe di riprendere a dipingere veri quadri?"

"Tu che farai? Tornerai a scrivere articoli per Le Figaro?"

"Non lo so. Credo che mi piacerebbe piuttosto diventare scrittore a tempo pieno."

"Però, se sei d'accordo, appena Melvyn ci potà spedire le nostre cose, e soprattutto le nostre bozze, mi piacerebbe farci una serie completa dei nostri libri bianchi e di quelli verdi per la nostra biblioteca."

"Certo, lo faremo. Non ti dispiace rinunciare a fare altri dei nostri libri, anche qui in Francia?" gli chiese Geoffroy.

"No... È stato bello e utile, ma credo che sia meglio che tu e io riprendiamo il nostro vero lavoro, senza dover spendere quasi tutto il nostro tempo per eseguire quei libri e le copie. È stata indubbiamente una bella esperienza, anche perché ci ha permesso di innamorarci, di vivere assieme. Ma ora che potremo riprendere una vita normale, mi pare giusto che torniamo anche alle nostre attività normali."

"Sono d'accordo con te, amore."


Dopo pochi giorni di riposo e di intenso amore, i due amanti dovettero indossare di nuovo l'uniforme e seguire il generale LeClerc per proseguire la liberazione della Francia.

I due amanti non poterono tornare a Parigi presto quanto avevano sperato. Il 24 novembre del 1944 entrarono in Strasburgo liberata. Durante l'ultimo assalto, Mietek fu ferito, non gravemente, per fortuna, al braccio sinistro. I due amanti ricevettero, personalmente dalle mani del generale LeClerc, la medaglia al valore.

In questa occasione Geoffroy ricordò al generale la sua promessa di interessarsi per far ottenere la citadinanza francese a Mietek.

"Non ho dimenticato la mia promessa, mio caro conte Geoffroy de Sainte Sabine." gli disse il generale con un sorriso.

"Speravo che la promessa fosse stata fatta a Geoffroy Antoine Nicolas Vauquelin, che è ora qui davanti a lei, generale, e non al conte... che non esiste."

Il generale sorrise: "Sì che esiste, tanto quanto esiste il generale Jacques Philippe LeClerc. Non dubiti, non sto giocando con le parole, mi interesserò davvero, personalmente, per far ottenere al suo amico quanto le sta tanto a cuore. Non ho alcun dubbio che presto sarà anche lui un francese, ufficialmente, dato che ha rischiato la vita per la nostra terra, con noi."

All'inizio del 1945 anche le truppe francesi iniziarono l'invasione della Germania. Ai primi del mese di maggio si diffuse la notizia che il 30 aprile Adolf Hitler si era suicidato nel suo bunker a Berlino. Il 7 maggio l'esercito tedesco si arrese, senza condizioni, alle forze alleate.

Il primo luglio del 1945 i francesi, assieme ad americani e britannici, entrarono in Berlino, dove già erano arrivati i russi. La bella e fiera città era un cumulo di rovine, gli abitanti erano affamati, smarriti, i soldati tedeschi cercavano di liberarsi delle loro uniformi, i nazisti dei loro distintivi.

Fu a Berlino che Mietek fu convocato al quartier generale francese, e qui gli fu comunicato che aveva ottenuto la cittadinanza francese. Fu fatto giurare fedeltà alla repubblica, alla sua bandiera e alle sue leggi, e gli furono consegnati i nuovi documenti.

E finalmente, il 7 agosto del 1945 Geoffroy e Mietek ottennero il congedo e poterono iniziare il viaggio di ritorno per Parigi, dove giunsero la mattina del 9 agosto.

Andarono immediatamente in Rue des Ursins, dove nuovamente Arnold e Jean-Pierre li accolsero con affetto e sollievo.

"È veramente finita, finalmente!" esclamò Geoffroy. "Ora dobbiamo ricostruire, e cercare di dimenticare gli orrori di questa follia."

"No, non credo che si debba dimenticare, al contrario... bisogna ricordare, perché una simile follia non accada mai più." disse Jean-Pierre. Poi disse a Geoffroy, "Se tu sei d'accordo, Arnold e io si pensava di riprendere le attività della nostra piccola casa editrice, ma di cambiarle nome..."

"Che nome vorreste darle?"

"Sébastien Adichie Bocoum, in memoria del motivo per cui è nata, e della sua morte per mano dei nazisti." disse Arnold.

"Sì... sono d'accordo con voi. E per prima cosa pubblicheremo di nuovo le sue poesie." disse Geoffroy.

"Siamo riusciti a salvare i manoscritti delle sue ultime poesie, in cui parlava della guerra e dell'occupazione nazista. Pubblicheremo anche quelle." disse Jean-Pierre.

Dopo essersi riposati un po', Geoffroy volle andare a vedere la sua villa di Evreux... era ridotta a un cumulo di rovine. Seppe che era stata requisita dai tedeschi e che, quando avevano dovuto ritirarsi, avevano portato via le opere d'arte che conteneva, poi l'avevano incendiata. All'interno doveva essere rimasto un deposito di munizioni ed esplosivi, così, mentre bruciava, era saltata in aria.

Geoffroy decise allora di vendere il terreno.

Tornati a Parigi, fece restaurare la casa di rue des Ursins, in modo di ricavarne al terzo piano un ampio sudio per Mietek. Poi fece unire la sua vecchia mansarda con la parte in cui abitavano Arnold e Jean-Pierre, e donò loro sia il pian terreno che l'ultimo piano, per ringraziarli di essersi presi cura di casa sua.

A Parigi si stava ricostruendo, cancellando i danni della guerra e i segni dell'occupazione nazista. Geoffroy riuscì a ritrovare Patrick Delaitre e seppe che il suo Rhémi era morto in guerra, nel 1940. Ora Patrick viveva con il suo nuovo amante, un bel ragazzo tunisino che aveva conosciuto verso la fine della guerra, un suo compagno d'armi di ventisei anni, di nome Salah ben Mounir.

"Era notte, eravamo fianco a fianco in quel tratto di trincea, quando arrivò l'ordine di ritirarata." raccontò Patrick, "Cercammo tutti di strisciar fuori per riunirci al grosso delle nostre forze, quando iniziò un pesante cannoneggiamento. I nostri compagni morivano attorno a noi come mosche. A un certo punto Salah mi fece segno che dovevamo spostarci verso la nostra destra, per toglierci da quel punto troppo esposto e dove i nazisti parevano concentrare i loro tiri.

"Così scivolammo via finché ci trovammo in un punto dove c'era un'altra trincea, abbandonata. Ci entrammo, ne percorremmo un tratto, finché trovammo un riparo. Onestamente, eravamo entrambi molto spaventati... forse è meglio dire sconvolti. Io ebbi una crisi di nervi e scoppiai a piangere. Salah mi prese fra le braccia e mi strinse a sé, cercando di farmi calmare.

"Dopo poco ci stavamo baciando come due assetati... dimenticammo il fragore delle granate, delle mitragliatrici. Relativamente al sicuro, ci spogliammo l'un l'altro quasi con furia, e io chiesi a Salah di prendermi, di farmi suo. Non ci importava più niente di morire, facemmo l'amore quasi con furia, sulla ruvida tela della brandina... e ci addormentammo strettamente abbracciati, Salah ancora in me.

"Ci svegliò la luce del mattino. Attorno a noi era tutto silenzio. Salah mi baciò, mi carezzò... e mi disse che voleva che fossi io, ora, a prendere lui. Facemmo di nuovo l'amore, questa volta con una strana calma. Quando ci rivestimmo, Salah mi chiese se, una volta finita la guerra, avrei voluto averlo con me, come mio amante.

"Ci si conosceva da pochi mesi, ma sentii che poteva essere bello e giusto vivere con lui. Salah mi confessò che da un po' di tempo si sentiva non solo attratto, ma anche innamorato di me. Io all'inizio, pur desiderandolo e standoci bene assieme, non ero sicuro di poter ricambiare il suo sentimento... ma lui riuscì, nel giro di poche settimane, a farmi innamorare a mia volta.

"Riuscimmo a riunirci a quello che restava della nostra unità. Riuscimmo a sopravvivere alla guerra... e ora eccoci qui, assieme e felici. Salah si era arruolato nel nostro esercito per fuggire dalla sua gente. Infatti la sua famiglia aveva scoperto che è omosessuale, così, oltre a disprezzarlo e insultarlo, lo costringevano a prostituirsi, prendendo tutto quanto riceveva dai clienti che loro stessi gli procuravano."

"Perché l'uomo deve essere così... inumano con i suoi simili?" chiese Mietek a commento di quel racconto.


I vecchi servi che Geoffroy aveva avuto, non c'erano più: o erano stati arruolati o erano scappati o morti. Con Mietek decisero di cercarne un paio. Ne parlarono con Arnold e Jean-Pierre, chiedendo loro se conoscevano qualcuno adatto.

"Volete avere una coppia, immagino, in modo di poter stare tranquilli in casa vostra." disse Jean Pierre.

"Sì, sarebbe meglio." rispose Geoffroy, "O comunque due come noi."

"Che cosa devono saper fare? Cucinare? Guidare l'auto?"

"No, per questo possiamo cavarcela Mietek e io. Lui cucina bene, e sappiamo guidare tutti e due... a parte che dovermo ricomprarci un'auto. Basta che ci tengano pulita casa."

"Allora forse ho le persone adatte per voi..." disse Jean-Pierre. "Sono due ragazzi che ora lavorano come muratori. Penso che gli piacerebbe cambiare lavoro. Inoltre vivono in una cantina, perciò saranno lieti di abitare nelle stanze del terzo piano."

"Come si chiamano? Quanti anni hanno? Come li hai conosciuti?" gli chiese Geoffroy.

"Uno si chiama Robert Foncin, è un orfano, ha ventidue anni. L'altro è Émile Jumin, ha ventisette anni. Stanno insieme da cinque o sei anni, sono due cari ragazzi. Li ho conosciuti perché, appena avevano quattro soldi, venivano a comprarsi un libro: sono entrambi appassionati lettori. Facevo loro sempre un forte sconto, quando potevo."

"Mi incuriosisce la cosa: due muratori, appassionati di lettura... una cosa piuttosto rara, direi." osservò Geoffroy. "Come hai scoperto che sono come noi?"

Jean-Pierre rise: "Sarebbero sprofondati sotto terra, quando l'ho scoperto. Erano fra gli scaffali che sceglievano un libro, quando ho sentito Robert dire a Émile: dai, compriamo questo, anche se costa un po' caro. Ed Èmile gli aveva risposto: Se continuiamo a spendere così, amore mio, non potremo mai comprarci il letto matrimoniale. Robert aveva risposto: per fare l'amore, ci basta anche il lettino singolo, no? Io ero dall'altra parte dello scaffale, e non ostante parlassero a bassa voce, li avevo sentiti."

"Spero che gli hai regalato il libro, allora!" disse ridendo Geoffroy.

"No, ma da quel giorno gli ho fatto gli sconti di cui ti dicevo. E visto che, quando hanno capito che li avevo sentiti, erano tutti e due rossi come pomodori, ho detto loro di Arnold e me... e siamo diventati amici."

Geoffroy e Mietek li vollero incontrare e ne ebbero un'ottima impressione. Li assunsero e chiesero loro se volevano raccontare come si erano conosciuti. I due raccontarono volentieri.

Quando Émile aveva ventuno anni e Robert sedici, il primo aveva ottenuto un posto come sorvegliante nell'orfanotrofio in cui viveva Robert. Poiché il ragazzo aveva qualche difficoltà negli studi, Émile aveva iniziato ad aiutarlo, cosicché erano spesso soli in un'aula.

Robert, da un paio di anni, aveva già avuto molte esperienze sessuali con i suoi compagni di orfantrofio, e anche Émile sapeva da tempo di essere attratto dal proprio sesso, e aveva avuto diverse esperienze. Così i due avevano presto cominciato a sentirsi attratti uno verso l'altro, sia fisicamente che per il carattere. Robert, per compiacere il suo gentile sorvegliante, s'era messo a studiare con impegno, facendo notevoli progressi. Inoltre, sentendosi sempre più innamorato di lui, aveva deciso di sedurlo. Ma Émile faceva finta non accorgersi dei suoi sforzi, benché in realtà anche lui si stesse innamorando del ragazzo.

Finché una notte Émile sentì bussare alla porta della sua stanza. Andò ad aprire e si trovò di fronte Robert, a piedi nudi, con indosso solo le mutande e la maglietta.

Il ragazzo gli disse: "Fammi entrare, per favore!"

"Che c'è, Robert? Ti senti male? C'è qualche problema?" gli chiese il sorvegliante.

"Sì... fammi entrare, per favore." insisté il ragazzo.

Lo fece entrare, e gli chiese: "Cosa succcede?"

"Non riesco a dormire... Io... ti devo parlare... ti devo confessare una cosa..." disse il ragazzo quasi tremando, con espressione tesa.

"Ne hai combinata qualcuna, Robert? Hai fatto qualcosa che non dovevi?" gli chiese il sorvegliante, con gentilezza.

"Non ancora, ma voglio farla... una cosa che non dovrei." gli aveva risposto il ragazzo e senza aggiungere altro l'aveva abbracciato e aveva tentato di baciarlo.

Émile l'aveva bloccato e guardandolo cercando di assumere un'aria severa, gli aveva detto: "Che fai? Sei dientato pazzo?"

"Sì, di te! Portami nel tuo letto, fai l'amore con me! Ti prego, io mi sono innamorato di te... non mi vuoi come tuo ragazzo? Non ti piaccio?"

"Robert... Sei un bel ragazzo, e caro, ma... sei un ragazzo... e queste cose... non si fanno fra ragazzi."

"Altroché se si fanno! Quando non ci siete voi sorveglianti, in camerata, di notte... quasi non si fa altro. Ma io voglio farlo con te... Ti prego!"

"Ma io non... io con un ragazzo non..."

"Non dire bugie..." gli aveva detto Robert mettendogli una mano fra le gambe e palpando attraverso i calzoni del pigiama il membro duro del giovane uomo. "Questo dice il contario."

"Robert... tu mi piaci molto, è vero... ma hai solo diciassette anni e..."

"E tu ne hai ventidue, solo cinque più di me. Non è perfetto? Sono abbastanza grande per sapere cosa voglio."

"Lo sento..." aveva detto con un sospiro il giovane e quando Robert cercò di baciarlo di nuovo, non lo respinse, ma rispose al bacio.

Émile andò a chiudere a chiave la porta, poi prese Robert, lo portò sul proprio letto, si spogliarono l'un l'altro e fecero l'amore.

"Non è stato bello?" gli aveva chiesto alla fine il ragazzo.

"Bellissimo, Robert." aveva ammesso Émile, carezzandolo.

"Sono il tuo ragazzo, allora, adesso?"

"Sì."

"Mi lascerai venire ancora qui con te?"

"Sì... ma dovremo essere molto prudenti... lo sai che non dovremmo farlo, no?"

Così cominciò la loro relazione. Però evidentemente non furono abbastanza prudenti. Una notte, mentre stavano facendo l'amore nella stanza di Émile, bussarono alla sua porta. I due si rivestirono in fretta, il sorvegliante andò ad aprire: era il sorvegliante generale assieme al direttore.

Non ostante entrambi negassero che vi fosse qualcosa fra loro, Émile fu licenziato in tronco. Allora Robert fuggì dall'orfanotrofio e dopo due giorni riuscì a rintracciare Émile. Per paura che la polizia andasse a cercare Robert nella stanza di Émile, questi la lasciò e insieme trovarono la stanzetta in affitto nella cantina.

I primi giorni dormivano a terra su alcuni sacchi vuoti: non avevano nulla. Poi trovarono lavoro come muratori. Si fecero passare per fratelli e dissero che avevano perso tutti i documenti nel bombardamento della loro casa... In quei tempi di guerra, i datori di lavoro non guardavano tanto per il sottile.

Gradualmente riuscirono a trovare qualcosa per arredare la loro stanzetta, per lo più scavando nelle rovine delle case bombardate. Entrambi amavano la lettura, perciò andavano a comprare ogni tanto un libro da Jean-Pierre, e grazie al loro dialogo, erano diventati amici di questi e di Arnold.

Più o meno verso la fine della guerra, Robert, ormai maggiorenne, non aveva più necessità di nascondersi. Poiché non potevano più farsi passare per fratelli, dato che ora i datori di lavoro avevano nuovamente iniziato ad assumere manodopera legalmente, avevano trovato lavoro in un altro cantiere.

Entrambi furono lieti di andare a lavorare per Geoffroy e Mietek, anche perché così abitavano nella stessa casa dei loro amici Arnold e Jean-Pierre. Con il permesso di Geoffroy, i due ragazzi davano anche una mano a questi due per tenere puliti sia il loro appartamentino sotto i tetti, sia il caffè-libreria a pian terreno.

Jean-Pierre voleva dare loro un piccolo stipendio, ma i due ragazzi lo accettarono solo quando questi si disse disposto a pagarli... in libri.

Nel 1946 Mietek poté fare la prima mostra dei suoi quadri, e Geoffroy pubblicò il suo primo romanzo, per i tipi di Gallimard.

Erano passati i tempi in cui Geoffroy era il dandy del "tout Paris", ricercato, vezzeggiato, viziato e corteggiato dal bel mondo. Questo non solo perché erano passati gli anni, ma anche e soprattutto perché Geoffroy voleva soltanto vivere tranquillo con il suo Mietek.

"Il conte Geoffroy de Sainte Sabine... è morto in guerra. Pace all'anima sua." disse un giorno Geoffroy a chi gli aveva chiesto perché avesse voluto abbandonare il suo antico stile di vita, brillante e decadente. "Ora finalmente è nuovamente vivo Geoffroy Vauquelin, l'uomo più sereno e appagato del mondo, grazie all'amore del suo bel pittore polacco!"

"No, amore, ti sbagli: grazie, se mai, all'amore del suo pittore francese, nato in Polonia..." lo corresse Mietek e lo baciò, mentre gli amici li applaudivano.


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