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una storia originale di Andrej Koymasky


AL TEMPO DEGLI DEI CAPITOLO 1
MASCULI E FIMMINI SCUMUNICATI,
VANU O 'NFERNU CARZARATI

Prima che Girgenti fosse ribattezzata Agrigento, sulle montagne a nord-est, non lontano da Castrofilippo, viveva Nardu Piazza, soprannominato Adduzzu, cioè galletto. Essendo rimasto orfano in tenera età, per un po' era stato allevato da una zia vedova e senza figli. Poi anche la zia era tornata al creatore, e Adduzzu, per sopravvivere, a quattordici anni iniziò ad andare ad aiutare i pastori su per i monti, ottenendone in cambio un riparo, una pelliccia di pecora per dormire e ripararsi dal freddo, pane e cacio, qualche vecchio abito di pelle di capra per coprirsi.

Lavorava soprattutto per i Pipitone, una vasta famiglia che possedeva diverse greggi, una delle famiglie più ricche della zona... se per ricco si intende che possedevano una vasta casa di pietra a Castrofilippo, che non avevano mai saltato un pasto in vita loro, e che le donne di casa potevano permettersi il lusso di comprare qualche pezza dal merciaio ambulante con la quale, oltre alla tela che tessevano in casa, potevano tagliare e cucire abiti decenti per tutta la famiglia.

Gli uomini si occupavano delle greggi, della mungitura, della tosa, di fare i formaggi. Le donne si occupavano della casa, di coltivare l'orto, di preprare il cibo, di filare e di tessere. I vecchi si occupavano di vendere i formaggi, la lana grezza o filata, qualche agnello, e di comprare il necessario per casa: i soldi passavano solo per le loro mani.

I numerosi fratelli, cugini, nipoti più giovani erano tutti suddivisi fra le varie greggi che, di tanto in tanto, i loro padri andavano a controllare oppure radunavano per la tosa. Pertanto i giovani passavano mesi interi su per le basse montagne a curare le greggi, in gruppetti di due, tre, quattro al massimo, totalmente isolati dal resto del mondo, in compagnia delle pecore e del prezioso cane da pastore che li aiutava a mantenere unito il gregge. A turno uno di loro scendeva per portare il latte fresco di mungitura fino a un punto convenuto, dove uno dei Pipitone, col carretto tirato dall'asino, passava una volta al giorno a raccogliere i bidoni pieni e a lasciare quelli vuoti.

Era stato Jacarreddu, cioè Giacomino Pipitone, un ragazzotto basso e robusto di ventuno anni, che aveva deciso di portarsi su Adduzzu, non tanto per curare il gregge, perché lui, col cugino venticinquenne Salvatore Pipitone, detto Parra-Parra cioè chiacchierone, loquace, e l'altro cugino Merdasicca di ventidue anni, cioè Antonino Aiello, bastavano per occuparsi del gregge, quanto perché pensò che Adduzzu poteva lavorare per loro e, soprattutto, che fare "le cose" con il ragazzo poteva essere meglio che non farle con una pecora, dato che Adduzzu era ancora di fattezze delicate, era un grazioso efebo.

Adduzzu infatti un giorno aveva chiesto a Jacarreddu se la sua famiglia aveva bisogno di due braccia in più. Jacarreddu ne aveva parlato con i due cugini e aveva illustrato loro tutti i vantaggi a farlo andar su con loro e con il gregge.

"Ci può raccogliere la legna, curare il fuoco per cuocere il mangiare, andarci a prendere l'acqua, andare a portare il latte al punto di raccolta... e l'altra cosa, quando ne sentiamo il bisogno." aveva detto Jacarreddu ai cugini.

"Sì, ma l'altra cosa che dici, già la fece, quest'Adduzzu? Ci sta a farsela fare?" chiese Merdasicca.

"Ih, e che importa!" aveva controbattuto Parra-Parra, "Ci fu per tutti una prima volta, no? Che, già ti scordasti la prima volta che io e tuo fratello ti mettemmo sotto?"

"E chi se lo scorda, fetenti che altro non siete, come mi zompaste addosso quella notte su al Monte Pernice!" disse Merdasicca cercando di sembrare arrabbiato. "E pareva che non vi bastava mai!"

"Eh, tenevi un bel culetto, allora, prima che ti diventasse peloso quasi quanto il culo delle pecore." gli disse ridendo Parra-Parra. "E dai, che non ti lamentavi."

"Anche se mi lamentavo, mica la smettevate, voi. E non mi piaceva proprio per niente!"

"E che, mica deve piacere a chi sta sotto, ma a chi sta sopra. Ci si passò tutti, da caruseddi no?" gli disse Jacarreddu ridacchiando. "Se Adduzzu non lo fece mai prima d'ora, imparerà, e imparerà in fretta. Dopo tutto, il lavoro lo si deve fare tutto noi, lui deve solo lasciarci fare, no?"

"E a te, chi ti fece la festa, la prima volta? Quanti anni tenevi?"

"Mi fecero tuo fratello e Parra-Parra, proprio come a te. Tenevo quindici anni manco ancora fatti. A me mi presero giù al torrene, allo Jàcono, quando si andò a far saltare le pecore prima della tosa."

Merdasicca rise divertito: "Fecero saltare pure a te, quella notte! E a te, Parra-Parra? Chi ti fece la festa?"

"Quel fituso di tuo padre, Merdasicca. E mica su nei pascoli. Quando nacque tua sorella piccola e tua madre non poteva accontentarlo, tuo padre mi chiese se potevo dargli una mano a sistemare non ricordo che nell'essiccatoio... ma mica voleva una mano, voleva altro!"

Gli altri due risero. Parra-Parra continuò: "D'altronde, non lo sapete quello che dicevano gli antichi? Una femmina per fare i figli, una pecora per levarsi la voglia, ma uno sbarbatello per godere il paradiso."

"Ma perché, non si gode forse con le femmine? Tu dovresti saperlo, Parra-Parra, che sei maritato da un anno." chiese Jacarreddu.

"Ih, sì che si può, ma una volta c'è il mese, e l'altra il pancione è troppo grosso, e fanno più storie che le monache di clausura... Uno sbarbatello ti può fare storie la prima volta, ma poi si lascia fare senza problemi, che non hanno il mese né rischiano di restare incinti."

Così i tre cugini si portarono Adduzzu con loro, con il gregge e con il cane, su per le pendici del monte.

Mentre il ragazzetto stava girando per raccogliere la legna per il fuoco, i tre cugini si misero a discutere su chi doveva fare la festa per primo, quella notte, ad Adduzzu.

"Io, che sono il maggiore di voi, ho il diritto di farlo per primo." disse Parra-Parra.

"Eh no! Sono io che ho avuto l'idea di portarci su il caruso," obiettò Jacareddu, "perciò tocca a me la prima volta."

"Ma io è tre settimane che mi devo contentare della mia mano oppure delle pecore. Mica come voi che vi siete levati la voglia, tu, Parra-Parra, con tua moglie e tu con quel caruseddu forestiero che mi dicevi." protestò Merdasicca.

"Ma io tengo più esperienza di voi due messi assieme, so come fare a convincere il caruso a lasciarselo fare senza troppe storie." insisté Parra-Parra.

"Ih, l'esperienza! Ce l'ho io pure l'esperienza, anche se sono il più giovane." protestò Jacareddu. "Quel caruseddu del continente, lo convinsi in quattro e quattr'otto, no?"

"Sempre che ce la contasti giusta! E tu, Parra-Parra, ce l'hai troppo grosso, il salame, e se per Adduzzo è la prima volta..." disse Merdasicca, "Il mio è più adatto, no?"

"A voi quasi non vi conosce, è a me che Adduzzu mi chiese se lo facevo lavorare con noi alla pastura. Me mi conosce e mi lascerà fare senza troppe storie." dichiarò Jacarreddu.

"E non possiamo farlo tutti e tre? Che importa chi è il primo, il secondo o il terzo, basta che lo possiamo fare." propose Merdasicca.

"No, è una creatura, mica un animale. Non più di uno per notte, ce l'abbiamo a fare. Che poi, se esageriamo, quello ci pianta a tutti e se ne va." dichiarò Parra-Parra.

Dato che non riuscivano a mettersi d'accordo, alla fine pensarono di decidere alla morra chi si sarebbe preso Adduzzu quella notte, chi la notte dopo e chi per terzo, per poi ricominciare i turni. Merdasicca vinse, Jacareddu fu secondo e Parra-Parra buon ultimo.

Così, quando i tre cugini si scelsero un posto per stendere le loro pelli e dormire, Merdasicca chiamò il ragazzo.

"Piglia la tua pelle e vieni con me, Adduzzu, che è la prima notte che passi alla pastura con noi e ti mostro come devi fare per passare una notte buona."

"Ho già passato parecchie notti alla pastura prima d'ora, lo so com'è!"

"Beh, comunque vieni, che vedo se sai già... proprio tutto."

"Sì, Tonino Aiello, arrivo subito."

"Mi chiamano tutti Merdasicca. Quasi mi pare che è un altro, Tonino Aiello."

"Ma non ti arrabbi se ti chiamano in quel modo?" chiese Adduzzu stupito mentre lo seguiva dietro a un gruppo di massi, lontano dagli altri due.

"E perché mi dovrei arrabbiare? Un nome è un nome." gli disse mentre, dopo aver tolto i sassi e gettato manciate d'erba nelle buche per colmarle, stendeva la sua pelle e faceva stendere al ragazzino quella che gli avevano data. "Mi diedero questo nome quand'ero piccireddu, che andavo a cercarla per metterla nell'orto per crescere bene le piante, e ne raccoglievo più degli altri e arrivavo tutto contento e dicevo: ecco a merda sicca!" gli spiegò ridendo il ragazzotto.

"A me mi chiamano Adduzzu perché crescevo col collo lungo, le gambe lunghe e i capelli tutti dritti che dicevano che parevo proprio un galletto." spiegò il ragazzino sorridendo schivo.

"Adesso sei fatto proprio bene, invece. Vieni qui, caruso." gli disse stendendosi sulla pelle e tendendogli un braccio. Lo tirò giù accanto a sé, gli mise una gamba sulle sue, gli cinse le spalle con un braccio facendolo girare su un fianco verso di sé e con la mano libera gli palpò attraverso gli stracci il culetto.

"Tu me lo vuoi ficcare lì, il tuo salame, non è vero?" chiese il ragazzo a voce bassa ma tranquilla.

"Sì, bravo. Che, te l'hanno già messo? Non è la prima volta, Adduzzu?"

"No che non me l'hanno già messo, però mica sono nato ieri. Lo so che voi grandi vi piace a metterlo a noi piccoli. E quando ho chiesto a Jacarreddu se mi prendevate con voi, sapevo che era la volta che toccava pure a me, bastava vedere in che modo Jacarreddu mi guardava, per capirlo."

"Calati le brache, allora, e girati." gli disse Merdasicca con allegria.

"Prima fammi vedere quanto ce l'hai grosso." disse in tono deciso il ragazzo.

L'altro si slacciò le brache e se lo tirò fuori, già semieretto. Adduzzu lo guardò attentamente.

"È grosso... e sta pure crescendo."

"È normale, il mio. Quello di Parra-Parra è più grosso del mio."

"Lo posso toccare?"

"E vai, toccalo."

Adduzzo lo sfiorò, poi lo circondò a piena mano. "Non è troppo grosso? Mi sa che mica c'entra, là dietro."

"Sì che c'entra, c'entra tutto, vedrai. Girati dai. Ci metto lo sputo e vedrai che ti entra dentro liscio liscio."

Il ragazzo si mise su un fianco dando le spalle all'altro, che lo preparò con abbondante saliva, poi gli si addossò e iniziò a spingere mentre lo tirava a sé con vigore.

Quando il suo foro iniziò a cedere, Adduzzu provò una fitta di dolore e gemette: "Ahia! Mi fai male!"

"Zitto, caruso! E non stringere, sennò ti fa male davvero. Non frignare come una femminuccia."

"Ma mi fa un po' male..." mormorò ancora il ragazzo. "Mi sa che tu ce l'hai troppo grosso, te l'avevo detto!"

"E invece vedrai che t'entra tutto dentro." ansimò il ragazzotto, sempre più eccitato. "Tutti i caruseddi lo pigliano lì dai carusi più grandi, lo sapevi già, no?"

"Sì che lo sapevo, però mica lo sapevo che poteva fare così male." si lamentò il ragazzo.

"Solo le prime volte, e solo se stringi. Tutti ci abituammo, da caruseddi, io pure mi ci abituai a farmelo mettere lì; e ti ci abitui tu pure, sta' tranquillo, e pure a pigliarne di ben più grossi del mio." gli disse continuando a spingere con crescente vigore.

Il foro vergine di Adduzzu cedette improvvisamente e Merdasicca gliene infilò dentro una buona metà, emettendo un grido strozzato di trionfo, che si sovrappose al lieve gemito di dolore del ragazzo. Senza attendere, il giovane pastore dette un'altra forte spinta col bacino e gli si immerse tutto dentro e Adduzzu gemette di nuovo.

Merdasicca ansava pesantemente e si godeva il forte calore dello stretto canale pulsante che avvolgeva il suo membro. Poi, tenendo ben fermo il ragazzo, iniziò a battergli dentro con buon ritmo, fiero per aver sottomesso per primo quel ragazzo dal corpo ancora dolce e tenero come quello di una ragazzina.

Adduzzo subiva, gli occhi umidi per due lacrime che non volevano uscire, le palpebre serrate strette, quasi trattenendo il fiato, per non lasciarsi vincere dal dolore. Dopo alcune fitte lancinanti, ora il dolore era sordo e continuo, ma, si accorse quasi con stupore, sopportabile. Il suo corpo, superata la dolorosa sorpresa inziale per quella dura e massiccia intrusione, si stava ora lentamente rilassando, e il dolore diminuì ulteriormente.

Sentiva i muscoli del corpo di Merdasicca guizzare contro il suo corpo, ne percepiva il respiro forte, quasi affannato, e a ogni colpo uno emetteva un lieve mugolio e l'altro un breve gemito. Poi sentì che il ragazzo alle sue spalle stava accelerando il suo vigoroso ritmo, e che il respiro gli si faceva ancor più roco, basso e irregolare, quindi lo sentì irrigidirsi come se stesse diventando di sasso, lo sentì tremare, le braccia dell'altro lo strinsero a sé spasmodicamente sul petto e sul ventre impedendogli quasi di respirare e la dura lancia di carne gli guizzò dentro tre, quattro, cinque, sei volte. E infine Merdasicca si rilassò di colpo emettendo un lungo sospiro tremulo e quasi gorgogliante.

Per alcuni istanti rimasero immobili tutti e due, poi il ragazzotto si sfilò da lui, emise un basso respiro soddisfatto e mormorò: "Rimettiti a posto, adesso. Che bella goduta, Adduzzu! Sei bello stretto e caldo come una fornace. M'è piaciuta un sacco."

Il ragazzino si tirò su le brache di pelle e ne annodò i lacci ai fianchi. Si girò a guardare l'altro, che aveva un sorrisetto ebete, soddisfatto sulle labbra. "A me non è piaciuta mica poi tanto." gli disse mettendogli il broncio.

"Deve piacere a chi lo mette. Chi lo piglia deve solo abituarsi. Quando sarai grande, toccherà a te metterlo e ti pigli la rivincita. Così vanno le cose. Ci siamo passati tutti, e è così che si diventa uomini, non lo sai?" gli disse l'altro chiudendosi a sua volta le brache.

"Ma a te, la prima volta, ti fece male?"

"E chi se lo ricorda. Forse sì, ma mica facevo tante storie."

"Io mica ho fatto tante storie." protestò il ragazzo. "Anche se mi hai fatto male."

"Ti ci abituerai, ti ci abituerai. Domani notte lo dai a Jacarreddu e la notte dopo a Parra-Parra. Lui ce l'ha più grosso del mio e di quello di Jacarreddu, ma vedrai che lo piglierai nel tuo bel culetto senza troppi problemi."

"E dopo Parra-Parra, mi lasciate in pace?" chiese il ragazzo.

"No, dopo lui tocca di nuovo a me. Fa parte dei tuoi doveri qui, visto che ti diamo da mangiare, no? Chi non lavora non mangia, non lo sai."

"E che, il resto che faccio durante il giorno non è lavoro pure quello?"

"Quello lo facevamo pure da soli, senza bisogno di prenderti con noi, no?"

"E non potete mettervelo pure in culo fra voi, allora?"

"No, ormai siamo grandi, noi. I grandi mica lo pigliano in culo."

"E quand'è che divento grande io pure?"

"Eh, fra qualche anno, Adduzzu. Fra un paio di anni o tre ti metti sotto un caruseddu tu pure. E poi, quando diventi ancora più grande, ti metti sotto una femmina."

"Ma Parra-Parra è maritato, e allora perché mi vuole mettere sotto a me pure? Tiene la moglie da mettersi sotto, lui, no?"

"Mica ce l'ha quassù, no? E un uomo mica può stare senza fare. E poi, non lo sai il detto degli antichi," chiese Merdasicca, ricordando le parole del cugino, "che dicevano che la femmina è per fare i figli, la pecora è fatta per sfogarsi, ma un caruseddu è fatto per godere? E l'altro proverbio che dice che maschi e femmine, se lo fanno senza essere maritati, sono scomunicati e finiscono in inferno carcerati? Per questo noi picciotti si fa con voi carusi, no?"

"Mi fa ancora un po' male, quando mi muovo."

"E tu non ti muovere, che vedrai che ti passa." gli disse l'altro e si girò per dormire.

Adduzzu non riuscì ad addormentarsi subito. Pensava che comunque gli conveniva farsi mettere sotto in quel modo, perché almeno mangiava bene, i pastori dividevano tutto con lui, pure la fiaschetta del vino. Era la prima volta che beveva vino: era buono! E poi Jacarreddu gli aveva promesso qualche panno, ché i suoi stavano cadendo a pezzi e quasi non ci stava più dentro.

Poi pensò che gli era piaciuto, quando aveva preso in mano il salame di Merdasicca. Era forte, caldo, liscio. Il suo non era ancora così grosso, ma stava crescendo, come pure il suo corpo. Sentì il respiro regolare dell'altro e capì che s'era addormentato. Allora si infilò una mano nelle brache e si dette piacere, finché si scaricò contro la pelle delle braghe. S'addormentò pure lui, subito dopo.


Il giorno dopo, trottò tutto il tempo per fare quanto gli altri gli ordinavano di fare. Gradualmente l'indolenzimento di dietro si attenuò.

"Come fu con Adduzzu, la notte passata?" chiese Jacarreddu al cugino.

"Buono fu. Bello stretto e caldo." rispose tranquillo Merdasicca.

"Fece storie?"

"Poco o niente. È furbo, il caruseddu, l'aveva capito che ci dicesti di venire su con noi perché ce lo volevamo mettere sotto. Dice che gli altri carusi ne parlano. Un po' come capitò a noi, no? Sì, era proprio stretto e caldo."

"Io quasi quasi me lo porto da qualche parte e me lo metto sotto prima di stanotte, tengo una voglia addosso..."

"Ma no, Jacarreddu, aspetta fino a stanotte che gli passa un po' il dolore. Mica uno s'abitua così in fretta. Ma dimmi, non mi raccontasti ancora come facesti a metterti sotto quel caruseddu forestiero."

"A sera, stavo a farmi una pisciata dietro al muro della locanda, sai dove, no? E quello pure venne a pisciare lì dietro, vicino a me, e me lo guardava, me lo guardava, così io ci chiesi se ci piaceva la mia minchia e se la voleva toccare. Allora quello mi si accostò, me la prese in mano, poi si chinò giù e me la prese in bocca..."

"Ih! Davvero lo fece? Come dice Agneddu che fanno le puttane a Girgenti?"

"Eh, proprio così. E sucava come un agnello suca le poppe della pecora."

"E ti piaceva a fartelo sucare? Era bello?"

"E come no! Ci sapeva fare con la bocca, quello. E dopo un po' allora io ci toccai il culetto e ce lo palpai e ci chiesi se per caso lo pigliava lì pure, e lui mi disse subito che sì, come no, che ci piaceva assai a farselo mettere."

"Che ci piaceva assai? Proprio così ti disse? Ma che, era un femminello?"

"Mah, magari, chi sa... Poi si calò lesto lesto le brache e si appoggiò con le mani al muro e teneva un culetto dolce che pareva una persica matura."

"Stretto era?"

"Macché. Ci sono entrato dentro come una lama nell'acqua... e più ci battevo e più a lui ci piaceva. E mi diceva di batterlo giù duro, e più svelto e s'agitava tutto e pareva più contento che se ci stavo dando una pasta di mandorle."

"E te lo facesti quella sola volta, quel caruseddu?"

"No, lo feci ogni sera, per i tre giorni finché suo padre andò via. Lui m'aspettava già lì e pareva contento come una pasqua, quando mi vedeva arrivare. Prima me lo sucava per un po', poi si girava, si calava i calzoni e s'appoggiava al muro e io allora cominciavo a battere la grancassa."

"E non potevi dirmelo prima, che magari ci potevo dare una bottarella io pure?"

"Ih, e chi ci pensava?"


A sera, dopo aver cenato tutti e quattro assieme e aver passato in giro la fiaschetta del vino, i tre cugini si misero a cantare i canti tradizionali dei pastori. Adduzzu vide che, mentre cantava, Jacarreddu non gli levava gli occhi di dosso, e allora si ricordò che Merdasicca gli aveva detto che quella notte toccava proprio a Jacarreddu.

Gli occhi del giovane pastore brillavano come se vi si riflettesse una fiamma, anche se il fuoco su cui avevano cotto il cibo era ormai solo brace. Dopo un po' Jacarreddu si alzò e fece un gesto col capo al ragazzo.

Come la notte precedente, prepararono il terreno per stendere le pelli, il giovane pastore sedette e fece gesto al ragazzino di sedergli accanto. Adduzzu obbedì. Notò che ora la morbida pelle delle brache dell'altro s'era sollevata come una tenda.

Jacarreddu infilò una mano nelle braghe dell'altro e gi palpò il culetto, e gli disse: "Tiramelo fuori, Adduzzu, che ho aspettato pure troppo."

Il ragazzino obbedì, slacciò i lacci ai fianchi delle braghe dell'altro e gli tirò fuori il membro già duro. Lo prese in mano. Era grosso più o meno come quello di Merdasicca.

"Una volta, sai, un caruseddu come te, me lo baciò e me lo prese in bocca per prepararlo ben bene, prima di prenderlo là dietro. Perché non lo fai tu pure?" gli propose Jacarreddu.

Adduzzu lo guardò stupito e scosse la testa: "No, di lì esce il piscio. Mica sono matto. Se me lo vuoi mettere in culo va bene, ma una cosa così sporca io non le faccio mica."

"A quel caruseddu ci piaceva assai. Magari a te pure ti piace se ci provi."

"No no. Mi fa brutto solo a pensare a una cosa così. In culo sì, in bocca manco morto!"

"Peccato. Calati le brache, allora."

Adduzzu tirò un silenzioso respiro di sollievo quando l'altro non insisté oltre. Si calò le brache. Jacarreddu lo fece mettere a quattro zampe e gli si inginocchiò dietro. Tentò di penetrarlo.

"Non così. Mettici lo sputo!" gli disse Adduzzu, accigliato.

Jacarreddu si fermò e fece come aveva detto il ragazzetto, quindi lo afferrò per la vita e tentò di nuovo di penetrarlo. Pareva non riuscirci. Ogni tanto dava una manata al culetto del ragazzo, per farlo rilassare.

I due cugini, che erano restati a chiacchierare sottovoce accanto alla brace, sentirono il rumore delle manate e, immaginando che cosa fosse quel rumore, ridacchiarono.

Finalmente, dopo diversi tentativi, Jacarreddu riuscì a vincere la resistenza del foro del ragazzetto e iniziò a invaderne lo stretto canale con una serie di salde spinte, trattenendo il respiro. Anche Adduzzu aveva smesso di respirare, cercando di non lasciarsi sfuggire nessun lamento. Quando Jacarreddu sentì le chiappette del ragazzo premere contro il suo pube, si fermò e riprese a respirare.

Allora afferrò Adduzzu per le spalle e iniziò a "battere la grancassa", godendosi le strette e calde profondità del ragazzo. Questi stringeva i denti e sopportava pazientemente il suo fato. Ogni tanto sentiva gli altri due ridere, accanto alla brace languente, dietro ai massi che li nascondevano alla loro vista. Jacarreddu continuava a prenderlo con forti e lunghi va e vieni, Adduzzu si rese conto che aveva un modo diverso di fare da suo cugino. Si chiese se ogni persona aveva un modo diverso di fare quelle cose.

A differenza di Merdasicca, Jacarreddu non emetteva i bassi mugolii, faceva tutto in perfetto silenzio. Ogni volta che gli affondava dentro lo tirava a sé per le spalle, in modo di penetrarlo più a fondo. Gli faceva meno male della notte precedente e Adduzzu si chiese se era per la posizione diversa, o se si stava già abituando... o magari tutte e due le cose assieme.

Adduzzu improvisamente sentì un fruscio nell'erba e girò un po' il capo a guardare, allarmato. Era Niru, il cane dei pastori che, spuntato dall'erba alta, s'era fermato e, piegata un po' di lato la testa, li guardò per un po', come incuriosito, quasi si chiedesse che cosa savano facendo i suoi padroni, che gioco fosse quello, poi trotterellò via scodinzolando.

Sentì Jacarreddu accelerare i suoi colpi e capì che il giovane pastore stava per raggiungere il piacere. Sperò che accadesse in fretta, aveva solo voglia di mettersi a dormire. E finalmente lo sentì scaricarsi denro di lui... sempre in perfetto silenzio.

Infine Jacarreddu si sfilò, gli dette una lieve manata sul culetto e gli disse, sottovoce: "Hai un culetto d'oro, Adduzzu. Magari prima di domattina ci faccio un'altra visitina. No, non ti mettere su le braghe, resta così. Dormiano così, tirati la tua pelle sopra." gli disse tirandolo giù sulla propria pelle di pecora e stendendosi su un fianco, nella posizione in cui l'aveva preso la notte prima Merdasicca, tenendolo semiabbracciato contro il proprio corpo.

Adduzzu sentiva il membro dell'altro, ora nuovamente morbido, contro le sue chiappette: pensò che era una sensazione molto gradevole. Si addormentarono. Il ragazzino si svegliò sentendo che il membro del pastore era nuovamente duro, e si preparò mentalmente a essere penetrato di nuovo. Ma l'altro non si muoveva e dopo un po' il ragazzino si accorse che Jacarreddu stava ancora dormendo.

Vide il cielo schiarirsi, trascolorare annunciando il sole che stava per sorgere. Poi sentì le voci degli altri due pastori chiamare: "Jacarreddu! Jacarreddu! Adduzzu! E che, state ancora dormire voi due o state facendo, magari?" e risero.

Il ragazzino svegliò il giovane pastore: "Ci chiamano, Jacarreddu, ci si deve alzare."

Si ricomposero gli abiti, si alzarono dal povero giaciglio, arrotolarono le pelli e raggiunsero gli altri due.

"Mica abbiamo interrotto qualcosa, no?" chiese Parra-Parra con un sorrisetto ironico e malizioso.

Adduzzu arrossì e scosse la testa, e Parra-Parra rise.

"Sì, il sonno m'avete interrotto, disgraziati! Dormivo come un sasso!" rispose Jacarreddu un po' seccato.

"Ah, ma allora avete fatto tardi, la notte passata! Ti sei dato da fare a lungo, eh, Jacarreddu!" disse ridacchiando Merdasicca.


Durante la giornata si spostarono con il gregge. Adduzzu andò a portare il latte fresco al punto di raccolta e tornò con il bidone vuoto, poi si mise a raccogliere la legna secca per il fuoco. I tre pastori portavano i sacchi con le provviste. Il cane correva avanti e dietro in modo che il gregge non si disperdesse.

Adduzzu ogni tanto guardava Parra-Parra pensando che quella notte sarebbe toccato a lui. Merdasicca gli aveva detto che Parra-Parra aveva il membro più grosso fra loro tre. D'altronde era il più vecchio dei cugini, aveva venticinque anni. Dagli abiti del pastore non si riusciva a capire nulla, le braghe di pelle di capra erano tese e liscie, lì fra le gambe. Adduzzu sperò che non l'avesse troppo grosso e che non gli facesse troppo male.

Venne sera, e dopo aver mangiato, i tre pastori chiacchierarono e cantarono come spesso facevano, poi Jacarreddu e Merdasicca si misero a ballare imitando con la bocca il suono degli strumenti mentre Parra-Parra batteva le mani a ritmo e lanciava richiami e grida.

Adduzzu un po' guardava divertito i due danzare, un po' guardava lievemente preoccupato Parra-Parra attendendo che il giovanotto gli facesse intendere che voleva appartarsi con lui.

Poi i due pastori più giovani andarono a stendere le proprie pelli per mettersi a dormire. Parra-Parra restò seduto accanto alla barce che languiva e pareva pensieroso. Adduzzu attendeva in silenzio. Poi il giovanotto lo guardò dritto negli occhi e gli disse, sottovoce: "Andiamo."

Adduzzu lo seguì, portando le pelli per dormire di tutti e due. Il giovanotto si allontanò parecchio, finché s'inoltrò in un folto di cespugli, fino a uno slargo coperto d'erba. "Controlla che non ci sono sassi, caruso, e stendi le pelli, una sopra all'altra." ordinò il pastore.

Adduzzu eseguì. Quando si girò a guardare Parra-Parra, vide che questi si stava slacciando le brache di pelle di capra e finalmente, quando se le calò sulle ginocchia e andò a sedere sulle pelli, vide quanto celavano. Era ancora morbido eppure era già grosso. "Levati le brache," ordinò il giovanotto, "e vieni qui." aggiunse indicando lo spazio fra le sue gambe.

Quando il ragazzo fu fra le sue gambe, lo fece girare e gli palpò il culetto, poi lo fece girare di nuovo. Adduzzu vide che il membro del giovanotto si stava ergendo lentamente. "Siediti." gli disse il giovane uomo.

Poi gli sospinse il petto, forzandolo a stendersi sulla schiena, gli prese le gambe e gliele sospinse contro il giubbetto. "Tienile serrate contro il petto." ordinò. Quindi prese un pò di sputo e con un dito bagnò il buchetto esposto del ragazzo, massaggiandolo a lungo. Ripeté l'operazione più volte poi spinse nel canale del ragazzino il dito, facendolo girare e muovendolo avanti e dietro.

A un tratto il dito del giovane uomo toccò all'interno del ragazzo un punto particolarmente sensibile e Adduzzu sussultò lievemente, provando una strana sensazione di calore e un vago piacere. Parra-Parra estrasse il dito, prese altro sputo e ricominciò tutto da capo, ma questa volta con due dita. Toccò di nuovo quel punto e nuovamente il ragazzetto sussultò. Gli occhi del giovanotto erano fissi in quelli di Adduzzu, e parevano bruciare come tizzoni oscuri. Sul suo volto fece capolino un lieve sorriso: "Ti piace." disse il giovanotto. Adduzzu annuì col capo, soggiogato dallo sguardo dell'altro.

"Non ti peoccupare che ce l'ho grossa, te la farò piacere, sta tranquillo. L'importante è saperla usare bene. Io ci so fare coi carusi. Nessuno mai si è lamentato di me... né della mia minchia."

La voce di Parra-Parra era bassa, suadente, e le sue dita nel foro del ragazzino erano piacevoli. Adduzzu si accorse che il suo corpo stava reagendo in due modi opposti: il suo buco si stava rilassando e il suo membro si stava indurendo, rizzando. Il sorriso sul volto del pastore si accentuava man mano che Adduzzu gli si arrendeva.

"Vedrai che ti dispiacerà, Adduzzu, che non sono io a mettertela ogni sera a te." gli diceva Parra-Parra con voce calda e bassa continuando a prepararlo con calma. "Tra poco ti piglierai tutto il mio bastone nel tuo bel culetto e ti piacerebbe averne pure di più, e lo sentirai carezzarti dentro e ti farò piangere per il piacere, parola di Parra-Parra... Sì, tra poco... sei quasi pronto, non è vero?"

Adduzzu annuì di nuovo.

Il giovanotto si mise in ginocchio, sedette sui talloni e fece scivolare sulla pelle le ginocchia divaricate, finché furono attorno al bacino del ragazzo e la sua verga puntò sul foro ben insalivato.

"Ecco, Adduzzu... ora te lo infilo dentro, piano piano... e tu lo prendi tutto, e ne vorresti pure di più... eccolo che sta entrando... lo senti? Eccolo che ti scivola dentro piano piano... scivola... scivola... come un serpente che torna alla sua tana... e ti riempie... e ti piace... ti piace sentire come ti sta a riempire, vero? Sentilo come scivola bene... Ti piace vero?"

Adduzzu annuì, stupito.

"Non senti male, no?"

Il ragazzo scosse il capo, senza riuscire a distogliere gli occhi da quelli del giovanotto, che gli sorrise. Adduzzo rispose al sorriso.

"Ecco, te l'ho dato tutto... ora ti fa la festa, ora si metterà a ballare dentro di te e toccherà quel punto magico che ti farà morire di piacere... lo senti? Lo senti come sta facendo festa? Lo senti quanto ti piace come te lo sto a muovere dentro? Sì... così... avanti e dietro, il ballo del godere..."

Adduzzu si chiese se Turi Pipitone aveva il soprannome Parra-Parra proprio per quel suo continuo parlare mentre fotteva, ma presto il piacere che provava fu così intenso che smise di pensare e sentì l'ondata di godimento sommergerlo, senza che dovesse provvedere con la mano, e si scaricò e le sue contrazioni scatenarono anche il godimento del giovanotto, che mentre si scaricava in lui ripeteva come in una cantilena: "Ecco... Adduzzu... ecco... Adduzzu... ecco... Adduzzu... ecco..."


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