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una storia originale di Andrej Koymasky


I DINOSAURI SONO DURI A MORIRE CAPITOLO 3
UN FRATELLO IMPICCIONE

I due ragazzi, sempre più innamorati, dopo la nuova separazione delle vacanze estive, durante le quali però riuscirono a scambiarsi un paio di lettere, si ritrovarono felicemente all'inizio del terzo anno.

Andarono a festeggiare concedendosi un bel pranzo in un ristorante del centro. Mentre attendevano il dolce, con cui avrebbero terminato la loro festa privata, Quentin estrasse dalla tasca della giacca un pacchettino cubico e lo pose sul tavolo.

"Questa volta te l'ho portato un regalo," gli disse sospingendo il pacchettino sulla tovaglia verso l'altro.

"Ma anche io ti ho portato un regalo, perciò siamo ancora due a uno!" gli disse Austin tirando fuori dalla tasca interna della giacca un pacchettino piatto, e porgendolo a Quentin.

Quentin attese che Austin aprisse il suo regalo. Questi, slegato il nastrino rosso e tolta la carta, trovò uno scatolino che aprì, e ne estrasse una catenella d'oro. La fece scorrere fra le dita, ammirandola.

"È molto bella... è preziosa... Quanto ti è costata?" chiese ammirandola.

"Nulla. Era di mio nonno, me la regalò quando compii dieci anni, dicendomi che era del suo nonno."

"E te ne privi per me? Un ricordo di famiglia? Una cosa bella e doppiamente preziosa come questa?"

"Non me ne privo affatto, dato che tu sei mio. Portandola su te, è come se io t'abbracciassi anche quando non lo possiamo fare." sussurrò compiaciuto Quentin mentre Austin ne apriva il fermaglio, la cingeva al collo e la faceva scomparire sotto il colletto della camicia.

Poi Quentin aprì il suo pacchetto. Conteneva un astuccio rettangolare d'argento, simile a un portasigarette, decorato da una raffinata incisione di fiori in stile Art Déco. "È molto bello, davvero, ma io non fumo... beh, lo posso usare come portamonete, magari..." disse aprendolo ed emise una lieve esclamazione: "Oh. Ma è un portaritratti! Con la tua fotografia... È bellissimo... così ti avrò sempre con me, e potrò ammirarti anche quando sei lontano dai miei occhi!"

"Prova a sfilare la cornicetta e a guardare dietro la fotografia..." suggerì Austin.

Quentin lo fece. Dietro alla fotografia Austin aveva scritto, in diagonale, nel suo elegante corsivo: "Tin al suo Tin, con infinito amore, finché morte non ci separi."

"La frase che si dice quando ci si sposa..." bisbigliò il ragazzo, profondamente commosso. Richiuse il tutto con cura, poi infilò l'astuccio nella tasca interna della giacca: "Qui, sopra il mio cuore." disse sorridendo radioso all'amato.

Iniziate le lezioni, i due oltre a trovarsi nello studio comune della loro classe per studiare assieme, oltre a proseguire nelle attività di canottaggio e nelle loro lunghe partite a scacchi, si appartavano ora nella camera dell'uno ora dell'altro per fare l'amore con dolce abbandono e fresca passione.

Non erano più maldestri come le prime volte, al contrario, spinti dal desiderio di donare all'altro con il proprio amore il massimo del piacere, erano diventati esperti nel prendersi o nel donarsi l'uno all'altro, nell'usare con istintiva sapienza tutto il proprio corpo per portare al pieno godimento il corpo e l'anima dell'amato.

Quando erano con gli altri compagni, pur stando spesso assieme, sapevano comportarsi in modo che nessuno potesse sospettare la vera natura della loro amicizia. Anche quando andavano uno nella camera dell'altro per fare l'amore, erano sempre riusciti a farlo in modo che nessuno li vedesse entrare o uscire dalla stessa stanza.

Avevano infatti presto capito quanto il loro amore fose giudicato, a dir poco, sconveniente, inaccettabile, e fosse anche condannato sia dalla legge dello stato che da quella della chiesa. Ne vevano discusso, alcune volte, cercando di capire perché fosse loro impedito di amarsi alla luce del sole, perché non potevano farlo senza doversi nascondere. Ma non erano riusciti a farsene una ragione.

Vivevano comunque la loro relazione serenamente, con amore, e Quentin aveva preso l'abitudine di scrivere sonetti per il suo Austin, in cui celebrava la loro relazione. Non eccellevano forse su un piano squisitamente letterario, ma erano pieni di gioia e altamente erotici.

Austin li raccoglieva, assieme alle lettere di Quentin, in una scatoletta di legno chiaro, liscio e polito, chiusa da un nastro di gros-grain verde e giallo, che aveva un tempo contenuto un paio di guanti che aveva comprato a Londra. Quando lasciava il collegio, per prudenza, portava sempre con sé quella preziosa scatola, infatti sapeva che il personale del collegio aveva la chiave della sua stanza e non voleva rischiare che, in sua assenza, la potessero casualmente trovare.

Dovettero lasciarsi per le vacanze di Natale. Entrambi i ragazzi erano tristi per l'imminente separazione. Dopo aver fatto lungamente l'amore nella cameretta di Austin, rivestitisi, stavano semiabbracciati sul letto, le gambe intrecciate, scambiandosi di tanto in tanto un tenero bacio.

"Vedrai, Quentin, passeranno anche questi giorni."

"Potremo mai, un giorno, goderci anche le vacanze assieme?"

"Forse quando saremo più grandi e più indipendenti, amore mio."

"Abbiamo già diciotto anni, quasi diciannove... a che età si è abbastanza grandi?" chiese in un lieve lamento Quentin.

"Passeranno in fretta anche questi giorni e saremo presto di nuovo assieme." gli ripeté Austin accarezzandolo con amore.

"Io sto bene solo quando sto fra le tue braccia." gli sussurrò Quentin.

"E io solo quando ti ho fra le mie braccia." gli fece eco l'amante.

Arrivò l'autista della famiglia Stephenson a prendere Austin. Quentin, da dietro i vetri della sua finestra, guardò l'auto uscire dal cortile e portarsi via la metà di sé. Tornò a finire di preparare il suo bagaglio, si asicurò di avere il ritratto di Austin nella tasca interna della sua giacca, infilò nella valigia il fermacarte di Malta, la chiuse, e sedette su letto ad attendere che arrivasse il padre a prenderlo.

L'automobile degli Stephenson, superato il cancello di ingresso della villa, parcheggiò nel giardino, davanti alla porta di ingresso. Austin entrò in casa, chiese a un servo dove fosse suo padre e andò a salutarlo, annunciandogli il suo arrivo.

Frattanto l'autista prendeva il suo bagaglio e lo portava in casa, affidandolo a una delle serve, che lo portò nella camera del ragazzo. In un eccesso di zelo, la donna aprì la forte valigia di tela, per riporre il contenuto nei cassetti e nell'armadio del signorino.

Trovò la scatola di legno chiusa dal nastro verde e giallo, si chiese dove dovesse metterla, perciò ne verificò il contenuto. Era piena di carte manoscritte. La donna non sapeva leggere, però vide che erano lettere e pensò che forse la doveva semplicemente mettere sul tavolo del signorino.

Stava tentando di riannodare il nastrino, quando la scatola le sfuggì di mano, cadde e mentre il coperchio le restava in mano, i foglietti si sparsero sul pavimento. La donna si affannò a raccoglierli, e in quella entrò nella stanza Calvin, il fratello di quindici anni di Austin.

"Che stai facendo, Meggy? Dov'è Austin?" chiese il ragazzetto e si chinò per aiutare a raccogliere le carte assieme alla serva.

"Credo che è di sotto con il vostro signor padre. Stavo mettendo in ordine e..." disse la donna, affannata.

Ma Calvin, logicamente, sapeva leggere e fu incuriosito da quei foglietti che contenenvano evidentemente sonetti. Ne prese uno e lo lesse...

"Il nostro amor ha da restare ascoso
e non può mai neppur esser nomato
eppure unisce sposo a dolce sposo
e lietamente abbiam preso e donato.
Verrà mai giorno in cui il dolce amplesso
che in un sol ente cuori e corpi fonde,
che avvenga fra diverso od ugual sesso,
benedetto sarà su queste sponde?

Ma benedetto egli è nei nostri cuori
e nelle nostre membra è benedetto
quando tu spegni in me i tuoi ardori
oppur li appago in te sul nostro letto.
Allora io mi fondo col mio Austin
E tu uno diventi col tuo Quentin."

Calvin rilesse stupito quel sonetto: suo fratello praticava dunque "il dolce amplesso" con il suo compagno e amico Quentin! Lesse a caso altri sonetti: tutti, quale più quale meno esplicitamente, confermavano ciò che aveva capito. Il suo fratello maggiore era un degenerato! Era tutto lì, nero su bianco.

Finì di raccogliere le carte, le ripose nella scatola di legno e ne riannodò il nastro. Quindi uscì dalla stanza portandola via con sé. In un primo momento aveva pensato di portare il tutto nella propria stanza per rileggerne con calma il contenuto, ma poi si disse che non era necessario: quanto aveva letto era più che sufficiente.

Scese e chiese ad uno dei servi: "Dov'è mio padre?"

"Nel suo studio, signorino."

"Mio fratello Austin è con lui?"

"No, è nel salotto egiziano con la vostra signora madre."

"Molto bene." disse il ragazzo e andò a bussare alla porta dello studio del padre. Gli consegnò la scatola di legno, dicendo, con un sorrisetto: "Leggete, che cosa il vostro prezioso Austin senza macchia e senza paura realmente cela sotto la sua aria di virtù!"

Il padre lo guardò un po' sorpreso per il tono del suo secondo figlio, prese la scatola, l'aprì, ne estrasse le carte e lesse quella che Calvin aveva messo sopra le altre.

"Quando in me entra il mio amato bene,
e suo mi fa con sì viril baldanza,
quando diletto dona al mio pene
accogliendolo in sé in dilettevol danza,
e nell'Eden perduto mi conduce
per esplorarlo assiem, pieni d'amore...
sento che Austin è mia vita e luce
e che per sempre alberga nel mio cuore.

Perciò io, Quentin, tuo sarò in eterno
lo giuro sulla mia giovane vita
e possa io patir pene d'inferno
se la fede ch'hai in me sarà tradita.
Son tutto tuo, mio dolce amante e sposo,
splendido fior, più d'ogni altro odoroso."

L'uomo sfogliò le altre carte e via via che le leggeva il suo volto si faceva scuro e la sua espressione s'induriva. Il sorrisetto divertito di Calvin s'accentuava di pari passo. Era sempre stato invidioso del fratello maggiore, dell'erede delle fortune familiari... e pregustava la rivincita che finalmente avrebbe avuto.

Il padre posò le carte sul piano della scrivania. "Vammi subito a chiamare Austin!" ordinò al figlio. "Anzi, no... prima dì a tua madre di avere la cortesia di venire qui. E ti proibisco di fare parola di questo con chicchessia... anche con tuo fratello Austin. Chiaro?"

"Sì, padre. Tutto come voi ordinate. Vi obbedirò alla lettera... come d'altronde ho sempre fatto, io."

Quando, più tardi, Austin fu convocato nello studio del padre, dapprima trovò strano che la madre fosse seduta accanto alla scrivania dietro cui sedeva il padre, eretta, scura in volto, rigida, e che tormentava un ventaglio posato in grembo. Poi vide la sua preziosa scatola avanti al padre e capì... Una lama di gelo lo percorse lungo tutta la spina dorsale. Capì di trovarsi di fronte a un tribunale, sia pure di famiglia.

Il confronto fu lungo, duro, spietato. Nessuno alzò la voce, con grande disappunto di Calvin che tentava di origliare da dietro la pesante porta che collegava lo studio del padre con la bibioteca.

Austin, a un tempo imputato e avvocato di se stesso, mise in atto tutta la propria intelligenza, cultura, determinazione per difendere da coraggioso il proprio amore per Quentin. Ma il padre, che astutamente l'aveva fatto restare in piedi per metterlo psicologicamente in stato di inferiorità, smontava accuratamente e spietatamente ogni sua difesa: non per nulla era reputato uno dei più valenti avvocati del regno. La madre non intervenne mai, ascoltava ed esprimeva con chiari atteggiamenti del volto e di tutta la persona la sua profonda disapprovazione e delusione nei confronti del figlio, nonché il più totale e completo accordo con le parole e i concetti enunciati dal marito.

Alla fine il padre emise la sentenza: "Vedo che non ti rendi conto della gravità della tua malattia e della degenerazione dei tuoi sentimenti. Pertanto ora salirai in camera tua e non ne uscirai fino a mio ordine contrario. La servitù ti porterà i pasti. Nel frattempo io e tua madre vedremo di prendere i provvedimenti più idonei per tentare di guarire il tuo corpo, la tua psiche e la tua anima. Vai."

Austin non disse nulla. Si girò e, camminando eretto e fiero, uscì dalla stanza e salì nella propria camera. Sedette sul bordo del letto. Per prima cosa si chiese come fare per avvertire Quentin che il loro amore, la loro relazione erano stati scoperti, ma non ne trovava il modo. Si chiese anche e non fosse opportuno che tentasse di fuggire di casa per raggiungere il suo Quentin e dileguarsi assieme... Ma certamente il padre gli avrebbe sguinzagliato dietro tutta Scotland Yard.

Il padre! Nonostante la sua abilità verbale, nonostante l'avesse dialetticamente messo alle corde, non era riuscito a convincerlo che il suo amore per Quentin fosse sbagliato. Si chiese che cosa il padre avesse in mente di fare, ora. "La tua malattia e la degenerazione dei tuoi sentimenti", aveva detto. Ma Austin sapeva, nel profondo del cuore, che né lui né Quentin erano malati, che né lui né il suo amato erano degenerati.

Quasi a recuperare le forze psichiche messe a dura prova dagli spietati attacchi del padre, carezzò, sotto la camicia, la catenina d'oro che Quentin gli aveva donato. Ah, se davvero fosse esistita la telepatia e avesse potuto mettere in guardia il suo amato! Si stese sul letto, chiuse gli occhi, portò le mani alle tempie e pensò intensamente a Quentin e al loro problema, sperando contro ogni speranza che il suo dolce compagno potesse ricevere il suo urgente messaggio.

Il cielo, fuori dalla finestra, si scurì all'avanzare della sera. Un bussare discreto alla porta gli fece riaprire gli occhi e, alzatosi a sedere, disse di entrare.

Una delle serve della casa entrò con un vassoio con il suo cibo, fece un lieve inchino, e posò tutto sulla scrivania del ragazzo. Poi, fatto una altro lieve inchino, fece per uscire.

"Aspetta." disse il ragazzo scendendo dal letto, "Che cosa..."

"Perdonate, signorino, ma abbiamo l'ordine di non parlare con voi."

"Eppure tu mi stai parlando..." le fece osservare il ragazzo con lieve e mesta ironia.

La donna si mise una mano sulla bocca e uscì di gran fretta dalla stanza. Austin andò a sedere al tavolo, e si mise a mangiare, lentamente, riflettendo. A notte, quando tutti dormivano, sarebbe potuto scendere in giardino, saltare la recinzione e andarsene... D'accordo, la mattina il padre si sarebbe accorto della sua fuga e avrebbe chiamato la polizia, ma... se era fortunato e se faceva attenzione...

Ma il padre avrebbe immaginato che cercava di raggiungere Quentin... No, come aveva pensato in un primo momento, la fuga non avrebbe risolto nulla. E poi, come avrebbe potuto coprire in fretta le miglia che lo separavano dalla casa di Quentin? Rubando l'automobile del padre... se fosse stato in grado di guidarla. Rubando un cavallo dalle scuderie, che quello lo sapeva montare bene. Ma come fare a portarlo fuori dal recinto, dato che di notte il cancello era chiuso a chiave? E lui non sapeva neppure dove tenevano la chiave.

Esclusa definitivamente la fuga, che altro poteva fare? Inviare una lettera a Quentin... ma, a parte che non gli avrebbero di certo permesso di andare all'ufficio postale per spedirla, né poteva chiederlo a qualcuno in casa, una lettera non sarebbe forse giunta in tempo.

Il telefono... nello studio del padre ve n'era uno, a muro. Ma avrebbe dovuto scendere di notte, pregare che il campanello che squillava girando la manovella per chiamare l'operatore non svegliasse nessuno in casa, sperare che qualcuno rispondesse al centralino anche in piena notte, chiedere che verificassero se Wayne Harvey Morrigan aveva il telefono, disturbare la famiglia in piena notte chiedendo di chiamargli Quentin... No, troppi ostacoli, troppo aleatorio...

La serva tornò a portare via il vassoio con i resti della cena. Poco più tardi Austin si mise a letto, ma passò una notte agitata, piena di incubi.


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