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una storia originale di Andrej Koymasky


STORIE DI PROVINCIA CAPITOLO 3
COMING OUT

"Cooosa? Hai detto che tu sei un finocchio, un depravato, un culattone?" gridò la donna con gli occhi sbarrati.

"No, mamma, ho detto che sono gay..." rispose Daniel.

"Non fare il furbo con me, sai! Puoi essere gay o come cavolo vuoi dirlo, resta il fatto che sei un depravato! Come puoi farmi una cosa così terribile?" la donna disse in tono stridulo, sull'orlo di una crisi isterica.

"Non ti sto facendo proprio niente, mamma. Io sono fatto così. Mica è colpa mia se..."

"Ah, non è colpa tua. È colpa mia, allora? Vorresti dire che non t'ho saputo allevare? Oh, sì, non è mai colpa vostra, lo dicono anche alla TV, è sempre colpa dei genitori, no?" disse lei in tono di sfida.

"Ma no, mamma. Non è né colpa tua né colpa mia. È solo... è solo che io sono fatto così."

"Bene, d'accordo. Tu sei fatto così, però devi comportarti come Dio comanda, devi smettere, è chiaro."

"Smettere? Cosa?"

"Ma di essere finocchio, no? Prima che sia troppo tardi."

"Smettere... di essere gay? Mamma! Non posso smettere, non più che smettere di essere un maschio o di essere tuo figlio. Per favore, mamma..."

"Ma i maschi devono correre dietro alle fighe e non ai cazzi!" urlò la donna diventando rossa come un peperone.

Daniel pensò che doveva essere davvero fuori dai gangheri per usare quelle parole. Cercò di ricordare i ragionamenti che s'era preparato prima di affrontare quell'argomento con lei, ma in testa sentiva solamente una grande confusione. La madre lo fissava con occhi furiosi.

Poi lei proseguì, cercando di ritrovare un po' di calma: "Ma come puoi dirmi una cosa così orribile come se fosse la cosa più naturale del mondo?"

"Mi hai sempre detto che potevo dirti qualsiasi cosa mi preoccupava, senza nessun problema..."

"Sì, ma non una cosa così!" replicò lei, nuovamente irata.

"Beh... comunque sentivo che non volevo continuare a nascondere proprio a te una cosa così importante... nasconderti come sono, quello che sono. Non a te..."

"E perché non a me? Perché, eh?"

"Ma... perché sei mia madre." rispose Daniel in tono di supplica.

"D'accordo, sono tua madre. E tua madre ti dice che devi cambiare. Daniel, hai solo diciassette anni, puoi ancora cambiare, no? Smettila con quelle cose, per favore, fallo per la tua mamma."

"Ma non posso! Possibile che non riesci a capire che non è una cosa che ho deciso io di essere, non è qualcosa che ho scelto io? Sono fatto così, mamma, è la mia natura... non posso smettere di essere quello che sono."

"Eh no! No, no, no. Il nostro pastore dice che è un orribile peccato, un uomo che fa sesso con un altro uomo, non l'hai mai sentito? Perché tu hai fatto sesso con un altro, ci scommetto. Perciò devi smettere di fare questi peccati, queste porcherie. E poi, già ti sei scordato cosa ha detto meno di un anno fa il pastore? A proposito di quella città... come si chiamava... Sonora, forse in Messico, non mi ricordo... Era piena di finocchi e allora Dio ha ordinato di dare fuoco alla città con tutti i suoi abitanti dentro? Dio odia i finocchi, non lo sai?"

"Mamma! Prima di tutto si chiamava Sodoma e non era in Messico, ma in Israele..."

"Oh, beh, comunque... i messicani sono solo dei pervertiti anche loro, lo sanno tutti. Ci provano sempre con le nostre ragazze."

"E poi, Sodoma non è stata distrutta per punire i gay, mamma. Secondo gli ultimi studi, Dio l'ha punita perché non rispettavano il dovere dell'ospitalità agli stranieri."

"Oh, oh, oh! Adesso il professor Daniel pretende di saperne di più del nostro pastore! Vorresti saperne più di lui che ha studiato per anni queste cose? E se lui dice che essere un finocchio è un peccato orribile, è e resta un orribile e schifoso peccato. Però un peccatore può anche convertirsi e smettere di fare peccati, no? Perciò tu devi smettere."

"Ma mamma! Essere gay non è un peccato, non è una malattia, non è una perversione, non è una scelta, non è qualcosa che puoi decidere di essere o non essere come uno vuole. È una condizione naturale, anche se solo di una minoranza."

"Naturale? Ma non farmi ridere! Se fosse naturale, tutti sarebbero così, no? E poi, spiegami, sapientone, come farebbero allora a nascere i bambini?"

"Naturale non significa che tutti devono essere in quel modo. Tu sei naturalmente mancina, ma i mancini sono solo una minoranza."

"Cosa c'entra il fatto che sono mancina col fatto che tu vai in giro a fottere con altri maschi, eh? Oh dio! Mica avrai fatto porcherie coi ragazzini del nostro vicinato, no? Oh dio, spero proprio di no..." disse la donna guardando il figlio con occhi sgranati, quasi orripilati per il dubbio che le era appena venuto.

"Mamma, io non insidio i ragazzini! Preferisco quelli della mia età o più vecchi di me."

"Mica ci avrai provato coi tuoi fratelli, eh?"

"Ma per favore, mamma! Non è perché mi piacciono gli uomini che devo provarci con qualsiasi uomo, no? A papà piacciono le donne, ma mica per questo ci ha provato con mia sorella, no? E allora perché io?"

"Buon dio, no! Certo che no, perché papà non è un depravato come sei tu, invece."

"Mamma, per favore... Smettila di dire che sono un depravato, smettila anche solo di pensarlo. Non sono un depravato!" Daniel quasi gridò.

"Sì, sì, posso anche smettere. Ma tu resti comunque un depravato." la donna rispose gelida.

"Oh, mamma... Speravo che tu potessi capire... speravo che mi volevi abbastanza bene abbastanza per..."

"Sì, Daniel, ti volevo bene. Ho dato l'anima per tutti i miei bravi figli, non puoi negarlo, non ne puoi dubitare."

"Hai detto che... che mi volevi bene? Non mi vuoi più bene, allora?" Daniel chiese in tono triste.

"Ti vorrò bene di nuovo, Daniel, ti vorrò bene di nuovo quando la smetterai con questa... storia assurda."

"Mamma, per favore! Non hai sentito neanche una parola di quello che ti ho detto riguardo a poter smettere?"

"Certo che ho sentito, mica sono sorda. Ma è come per quelli che si drogano: dicono sempre che non possono smettere. Ma in realtà hanno solo bisogno di essere curati, aiutati a superare i loro problemi, riabilitati. Già, giusto, devo parlarne col nostro pastore, forse lui conosce un centro di riabilitazione per finocchi."

Daniel sollevò gli occhi al cielo e pensò che era inutile continuare una simile conversazione senza significato, senza comunicazione.

"Beh, mamma... Devo andare a fare i compiti, adesso; me ne hanno dati un sacco. Vado su, nella mia stanza." disse alzandosi ed uscendo dalla stanza.

Sedette alla sua scrivania e prese i libri, i quaderni, ma non era capace di applicarsi realmente ai suoi studi. Ricordò la sua conversazione con Joel, suo compagno di classe e suo ragazzo. Joel aveva insistito con lui che doveva pensarci molto bene prima di parlarne coi genitori, ma nessuna delle sue obiezioni l'aveva convinto, purtroppo. E ora era fatta!


Joel!

Erano amici e compagni di classe da quando avevano dodici anni, ed erano diventati amanti da otto mesi. Tutto era iniziato poco prima dell'inizio di quell'anno scolastico. Erano assieme alle cascate nel bosco a ridosso del dirupo di "The Wall", cercando un po' di refrigerio dall'afa di quel giorno di metà agosto. Come altre volte, s'erano spogliati tenendo indosso solo le mutande, ed erano andati a mettersi sotto la cascata.

L'acqua era fredda e il getto violento massaggiava piacevolmente e con vigore i loro corpi accaldati. Si guardarono ridendo felici, e ognuno iniziò a sfregarsi con energia il corpo, per lavar via il sudore e attenuare il freddo del getto.

Improvvisamente, forse perché l'elastico s'era un po' allentato, il violento getto d'acqua fece scivolare le mutande di Joel giù giù fino alle caviglie. I due ragazzi scoppiarono di nuovo a ridere e quando Daniel vide che Joel non faceva niente per tirarsele nuovamente su, si fece calare anche le sue fino alle caviglie, le sfilò e si chinò a prenderle dall'acqua, le fece vorticare in aria e le lanciò a riva, sulle rocce dove avevano lasciato i loro abiti. Immediatamente Joel lo imitò.

A quel punto i due guardavano l'uno verso il pube dell'altro, i genitali nudi, verificando quanto l'altro fosse cresciuto anche in quella parte del corpo. Non erano poi molto diversi, avevano già tutti e due un bel cespuglio di peli a corona del membro morbido, che era più o meno della stessa misura. Negli ultimi tempi Daniel se lo era misurato più volte: era di 12,5 centimetri a riposo e poco meno di diciotto quand'era duro. Ma il membro e i testicoli di Joel avevano un colore un po' più scuro del suo e anche i suoi capezzoli erano di un color caffelatte chiaro invece che rosa come i suoi.

"Sei bello!" gli gridò Joel cercando di superare con la voce il rombo della cascata.

"Non hai niente da invidiarmi, tu!" gli gridò di rimando Daniel.

Tornarono fino alle rocce e si stesero sulla schiena su una pietra dalla superficie piatta e ampia, sotto i raggi brucianti del sole; i loro corpi paralleli si sfioravano appena.

"Non è forte?" Joel chiese a un certo punto.

"Cosa?"

"Stare qui, nudi, al sole, vicino al migliore amico."

"Oh, sì! Sei cresciuto dall'ultima volta che ci si è visti nudi."

"Anche tu. Te lo meni?"

"Certo."

"Spesso?"

"Mah... dipende... un paio di volte al giorno, più o meno. E tu?"

"Più o meno lo stesso. Ma oggi ancora non me lo sono menato... e mi sento in tiro... guarda come m'è venuto duro!"

Daniel s'alzò a sedere e lo guardò: davvero ora, dal pube dell'amico, si ergeva una bella colonna, liscia, dritta. Questa visione ebbe il potere di provocargli un'improvvisa, palpitante erezione. Daniel aveva già capito da un po' di essere attratto solamente dai maschi, anche se non aveva ancora mai avuto né il coraggio né la possibilità di realizzare le proprie fantasie.

"Ti piace?" gli chiese Joel in un tono soffice.

"Sì che mi piace."

"Hai voglia di... toccarmelo?" gli chiese allora Joel.

Daniel non rispose. Mosse semplicemente la mano e carezzò lieve il membro dell'amico. La sensazione era molto piacevole. L'asta era soda eppure soffice, fresca eppure calda in un modo piacevole. Allora la circondò con le dita e iniziò a masturbare con delicatezza l'amico, che restò immobile.

"Ti piace?" gli chiese Daniel dopo un po', quasi in un sussurro.

"Mhmh!" gli rispose annuendo e lanciandogli un sorriso. Poi, esitando, chiese a Daniel: "Posso... posso chiederti... di fare qualcosa per me?"

"Certo, non siamo amici?"

"Prometti che non t'incazzi?"

"E dai, amico! Di cosa hai paura?"

"Mi piacerebbe... beh, solo se ne hai voglia, si capisce... però a me piacerebbe..."

Daniel era meravigliato per l'improvvisa timidezza dell'amico. Di solito Joel era molto esplicito, diretto... Pensò che forse volesse chiedergli se poteva masturbarlo a sua volta e ne fu divertito: dov'era il problema? Lui lo stava masturbando, no?

Così disse, con un sorriso: "E dai, Joel. Fallo, senza tante storie."

"Davvero? Non pensi che... che sono un po' strano, se lo faccio?"

"Strano? Tanto quanto me, no? E dai!"

Joel s'alzò a sedere, gli prese fra le mani i genitali, impastandoli delicatamente, palpandoli. Daniel pensò che era davvero piacevole essere toccati in quel modo, in quel posto, da un altro. Poi Joel si chinò con la testa sul suo grembo e iniziò a leccare e lappare la sua asta.

"Ma che cazzo... Oh, Joel!" Daniel esclamo, la voce strozzata.

"Vuoi che smetto?"

"No, oh no... è solo strano, ma... mi piace. Sì, mi piace, ma... non ti fa... non ti fa schifo... non ti disgusta? Cioè, voglio dire... un cazzo... in bocca... di lì esce il piscio!"

"No, Danny, mi piace. Mi piace fare pompini."

"Oh, che bello... dai, continua..." ansimò Daniel.

Ma Joel smise di leccarlo e prese tutta la dura asta fra le labbra e la fece scivolare a fondo nella bocca, poi tornò su col capo molto lentamente, serrando le labbra attorno al membro duro, muovendoci attorno la lingua, stringendo di più le labbra, succhiando con tutte le forze.

"Oh... oh... È incredibile, Joel... Dove hai imparato a farlo? Oh... mi piace..." ansimò, sentendosi addosso incredibili ondate di piacere che gli scuotevano tutto il corpo.

Joel non gli rispose, era troppo indaffarato a eseguire il suo esperto pompino; frattanto le sue mani gli carezzavano il corpo nudo ed eccitato. Daniel era talmente su di giri che in breve sentì che stava per raggiungere l'orgasmo.

Quando capì che non sarebbe più riuscito a trattenerlo, avvertì con urgenza: "Levati! Sto per... sto... oh, Joel... sto per..." ansimò.

Ma Joel pareva che non lo sentisse, o che non lo ascoltasse, perché al contrario si fece scivolare il membro più a fondo dentro la bocca, fino in gola, e quando Daniel, del tutto incapace di controllarsi, iniziò a spruzzare la sua tiepida crema, semplicemente succhiò con maggiore energia e iniziò a ingoiare i getti con vera golosità.

Quando gli schizzi cessarono, Daniel lo guardò preoccupato: "Mi dispiace... ho cercato di dirtelo... non sono riuscito a fermarmi..." gli disse in tono incerto, vergognandosi a morte.

"Ti dispiace? E perché? A me è piaciuto un sacco berlo tutto."

"T'è piaciuto? Ma non ti fa... non ti viene da vomitare?" Daniel gli chiese, stupito.

"Proprio per niente. È gustoso, sai?"

"Gustoso? E di cosa sa?"

"Non l'hai mai assaggiato, il tuo? No? Io sì. Beh, cambia, dipende dalla persona, e anche da cosa uno mangia o beve o da quanto tempo non schizza."

"Ma di cosa sa?"

"Come si fa a spiegarlo a uno che non l'ha mai provato?"

"Ma tu, come fai a saperlo? Chi t'ha insegnato a... a fare pompini?"

"Me l'ha spiegato mio zio, e m'ha insegnato tutto."

"Tuo zio? Bert?"

"No, zio Jeff."

"Jeff? Ma... è sposato."

"E allora? Gli piace un sacco succhiare i ragazzini e fotterli. È gay, mio zio Jeff."

"E... ti ha anche... scopato? In culo, voglio dire."

"Certo. Ma adesso ha smesso. Adesso ha un amante."

"Un amante? Vuoi dire un maschio?"

"Certo."

"E chi è? Lo conosco anche io?"

"Certo che lo conosci. È Ray, la nuova guardia di sicurezza alla banca Wells & Fargo."

"Ray? Ma non è più un ragazzo, deve avere sui ventidue anni."

"Sì, giusto. E sono innamorati."

"Innamorati? Proprio... amore vero?" chiese Daniel un po' stupito.

"Sì. Ma... non m'hai ancora detto se t'è piaciuto il mio pompino."

"Beh... era una cosa sporca... strana... incredibile... bellissima! Cavolo, non ho mai goduto così tanto, prima. È un sacco meglio che farsi una sega da soli."

"Allora... possiamo farlo altre volte?" gli chiese Joel con un sorriso schivo.

"Certo! E... mi insegni anche a farlo?"

"A fare pompini?"

"Sì, e... anche tutto il resto." Daniel disse e arrossì.

"Vuoi dire farsi fottere in culo? All'inizio può essere fastidioso... può anche fare male."

"All'inizio, dici, ma poi?"

"A me adesso piace un sacco, sia farmi inculare che metterlo in culo."

"Hai voglia... vorresti... mettermelo in culo, adesso?" Daniel chiese, esitante.

"No, amico, ci vuole tempo. Mio zio mi ha preparato quasi per un mese, prima di sverginarmi."

"Beh... comunque... potresti cominciare a prepararmi, no?" chiese Daniel e di nuovo arrossì.

"Mi piacerebbe farlo, ma... tu sei gay, Daniel?"

"Non ne sono sicuro, però penso proprio di sì. A me non m'è mai venuto duro per una ragazza. E invece mi sento sempre attratto dai ragazzi... quelli belli, per lo meno. Anche se però, fino a ora, non ho mai avuto occasione di provarci. Tu sei il primo con cui..."

"Se solo sapevo! Sono settimane che ho una voglia matta di provarci con te. Però non ne avevo il coraggio. Ma tu mi piaci un sacco, Daniel. A me piacerebbe se tu volessi essere... il mio ragazzo."

"Ma tu dovrai insegnarmi tutto, amico."

"Con vero piacere, Danny." Joel gli disse con un ampio sorriso. "Ma ti va di essere il mio boyfriend?"

"Sì, amico... Sì, mio boyfriend!"

Così diventarono amanti. Joel "preparò" Daniel e, solo un paio di settimane dopo, una volta che erano soli in casa sua, decise che era ora di prendersi il culetto vergine del suo migliore amico.

"Ti senti davvero pronto per farlo, Danny?"

"Sì, certo. Mi piace quando mi ci infili le dita dentro."

"Beh, ma il mio cazzo è più grosso delle dita."

"All'inizio un dito mi dava fastidio, ma poi mi piaceva. Poi tu ne hai usati due e mi dava di nuovo fastidio, ma poi mi piaceva di nuovo... Perciò adesso sono pronto per fare le cose sul serio, Joel. E poi... ho visto quanto ti piace quando te lo metto io nel culetto... e così voglio provarci anche io."

Joel sorrise, lo fece mettere giù, a quattro zampe, e iniziò a leccare e bagnare di saliva il suo roseo, vergine ano. Quando sentì che era abbastanza rilassato, lo prese per la vita e appoggiò la punta del suo membro duro sulla rosetta di carne e iniziò a spingere, aumentando la pressione a poco a poco. Daniel emise un gemito.

"Ti faccio male?" gli chiese Joel.

"No, mi piace. Un sacco meglio che un dito. È grosso ma liscio, duro ma morbido in un certo senso... e caldo... Dai, continua."

Joel applicò più saliva sul membro coperto dal preservativo e riprese a spingere. Daniel sentì lo sfintere schiudersi a poco a poco sotto la risoluta pressione del membro, poi sentì il glande annidarsi in lui, lentamente ma risolutamente. Il suo foro si stava dilatando sempre più. Iniziò a provare sensazioni contrastanti, fastidio ed eccitazione al tempo stesso.

"Mi sei dentro?" gli chiese in un soffio, fremendo.

"No, non ancora. Sì e no un pollice, per ora. Ti fa male?"

"No. Spingi di più..." lo incoraggiò Daniel, cercando di rilassarsi come l'amico gli aveva spiegato che doveva fare.

Poi, quasi all'improvviso, lo sfintere si arrese e il glande di Joel superò la stretta entrata in un singolo colpo.

"Oh!" Daniel mormorò, contraendo istintivamente tutti i muscoli.

"Va tutto bene?" Joel chiese, preoccupato, immobilizzandosi.

"Sì... Resta fermo così, però... lasciami abituare." lo pregò, cercando di rilassarsi di nuovo.

Joel gli accarezzò tutto il corpo, finché sentì che stava lentamente tornando a rilassarsi.

"Dai, Joel, però... vacci piano, per favore."

"Certo." rispose, iniziando di nuovo a spingere.

Daniel sentì l'asta calda scivolargli dentro lo stretto canale posteriore. Era una sensazione strana, forte, bellissima! Aveva l'impressione che il membro dell'amico avesse raddoppiato le dimensioni, pareva più grosso, più lungo. Però stava entrando! Lo stava riempiendo, dilatandogli il canale, invadendolo, impadronendosi di lui... e ancora non era neppure completamente dentro. Sentì che la colonna di carne, che pareva di incandescente acciaio, lo stava conquistando inesorabilmente, a poco a poco... e pensò che pareva lunga almeno mezzo metro!

"Mi sei tutto dentro, Joel?" chiese in un mormorio, quando l'amico smise per un po' di spingere.

"No, non ancora... ma poco più di metà."

"Oh, dio! Solo metà?" gemette Daniel.

"Vuoi che mi levo? Ti dà troppo fastidio?"

"No!" quasi gridò. "Lo voglio tutto dentro! Spingi più forte, non mi stai facendo male. Dai!"

Finalmente Joel riuscì a immergersi completamente, fino alla radice del membro. Si fermò per un poco, respirando a fondo per rilassarsi: durante tutta la penetrazione era stato incredibilmente teso per riuscire a controllarsi nel timore di fargli male. Poi, ritrovate le sue energie, iniziò a fotterlo davvero con colpi lenti ma profondi.

Quando ebbe la sensazione che Daniel stesse cominciando a godersi davvero la sua prima monta, Joel iniziò a muoverglisi dentro con colpi più rapidi e vigorosi, che aumentò ulteriormente quando lo sentì mugolare di piacere. Ora tutto il letto cigolava e ondeggiava per l'energia di quell'appassionata cavalcata.

Tutti e due i giovani corpi maschi erano coperti da un lieve strato di minute goccioline di sudore e a ogni spinta le cosce di Joel, che battevano sulle piccole natiche sode di Daniel, emettevano un lieve cic-ciac che assieme ai loro respiri sempre più forti e ai cigolii del letto costituivano una specie di sinfonia che li faceva eccitare ancora di più.

E finalmente, con un lungo, modulato, soffocato mugolio che usciva dalle loro bocche socchiuse, vennero tutti e due, spingendosi uno contro l'altro e tremando fortemente per l'intensità del loro godimento.

Crollarono sul letto, ancora strettamente uniti e abbracciati, ansimando pesantemente come se avessero appena finito di correre la maratona.

"Uau! Cazzo se è stato forte! Che cavalcata!" disse Daniel.

"Allora t'è piaciuto?"

"No..."

"No?" chiese un po' allarmato Joel.

"No, non m'è piaciuto, l'ho adoraaaato!" Daniel disse girando indietro il capo, e si baciarono a fondo, sentendosi tutti e due in un oceano di felicità...


Ricordando la volta in cui aveva donato la propria verginità all'amico, Daniel ebbe una forte erezione... Joel, il suo forte, appassionato amante! Un vero e proprio stallone in calore, quando lo prendeva, e un tenero cucciolo innamorato quando si faceva prendere lui. E che dire dei suoi baci meravigliosi, delle sue carezze piene di desiderio e d'amore?

Un suono di voci lo richiamò sulla terra. Suo padre era tornato a casa. Cercò di sentire, forse la madre gli stava dicendo quello che Daniel le aveva confessato. Silenziosamente, a piedi nudi, uscì dalla stanza e s'accoccolò accanto alla scala, tendendo l'orecchio... Sì, ne stavano parlando...

"... proprio così, capisci?" la madre stava dicendo.

"Ah, e così tuo figlio sarebbe un finocchio!" fu la dura risposta del padre.

"Non dire tuo figlio! È anche figlio tuo, io non t'ho mai messo un corno, mai! Nostro figlio è un depravato, sì. Che possiamo fare, Matthew?"

"Che possiamo fare, che possiamo fare! E che ne so, io? Magari per cominciare adesso vado su e gli do una bella ripassata con la mia cinghia."

"Sì, ma questo mica risolve il problema."

"Daniel è un finocchio! Devo raddrizzarlo, rimetterlo sulla retta va... Potrei farlo arruolare nei marines, che loro ne farebbero un vero uomo."

"Ma lo sai che non li prendono i finocchi, no?"

"Basta che non glielo diciamo."

"No. Io penso che invece dovremmo andare a chiedere consiglio al nostro pastore. Lui saprà cosa si deve fare."

"Chi, il dottor Harnell? Mah... sì, può darsi che lui sappia come si deve fare a drizzare nostro figlio. Basta che non lo vada a dire in giro... Sarebbe una vergogna per tutta la famiglia."


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