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una storia originale di Andrej Koymasky


OLTRE IL CONFINO CAPITOLO 7 - GALEOTTO FU L'AURICOLARE...

Era di nuovo una domenica. Si alzò presto, nonostante avesse fatto tardi per ascoltare Radio Londra. Prima di andare in chiesa, fece una lunga passeggiata, logicamente entro i limiti del confino, girando e rigirando le quattro viuzze e i pochi vicoli dell'abitato. Passò le poche notizie che aveva colto su Radio Londra a un altro dei confinati.

In quei giorni non aveva fatto altro che pensare al proprio problema e alle parole che gli aveva detto il maestro Ferraris. Non gli era capitato di parlarne nuovamente con lui, d'altronde non avrebbe avuto nulla di nuovo da chiedergli o da dirgli.

Fermo in piazza della Chiesa, guardava il mare davanti a sé. Sentì provenire dalle sue spalle il coretto delle voci bianche che provava per la messa grande. Ascoltava volentieri quelle piccole voci così intonate, provando una dolcezza infinita mista a un lieve senso di malinconia, allo svolgersi del loro canto. Pensò che era come una serenata allo scorrere della vita...

Quando fu ora, si girò, salì la scala a ventaglio limitata da due muretti ricurvi ed entrò nella chiesetta, che ancora recava gli addobbi che erano stati messi per la passata festa della santa patrona di Ventotene. Vide Aniello, che lo salutò con un sorriso e un cenno del capo e si sentì nuovamente turbato. Allora guardò la statua lignea di Santa Candida: non era un'opera d'arte, ma era graziosa.

La messa cantata ebbe inizio. Il dolce suono dell'organo lo commosse e penetrò profondamente nel suo animo, scuotendone le più recondite e sensibili fibre. Si rese conto che non era il solito organista a suonare: questo aveva un tocco lieve, sublime... sapeva trarre dal vecchio organo una vera melodia.

Non seppe trattenersi e guardò nuovamente verso la destra, verso Aniello... e il ragazzo ancora lo guardava... o di nuovo? con il suo indefinibile sorriso.

"Buon dio," si disse, e quell'invocazione non aveva il coraggio di essere una preghiera, "che cosa mi sta accadendo?"

Quando la messa terminò, Aldemaro uscì quasi di fretta. Aniello con una breve corsa lo raggiunse e gli si affiancò.

"Ciao, Aldemaro. Te l'ha detto zia Tanina che sono di nuovo a pranzo con voi?"

"No... ma mi fa piacere."

"Anche a me, molto. Come stai?" chiese, poi aggiunse a voce bassissima, "E... la radio?"

"Bene, tutt'e due. Ricezione un po' disturbata..." disse, poi aggiunse, con lieve ironia, "tutt'e due!"

"L'importante è che stia bene tu. Bravo l'organista, vero?"

"Sì... non era il solito."

"No, è il fratello del parroco, che l'è venuto a trovare. Sai, fa l'organista per la cattedrale di Napoli, ho sentito dire. Tu sei mai stato a Napoli?"

"No..."

"Neanche io. Mi piacerebbe andarci... con te."

"Con me?" gli chiese Aldemaro un po' stupito. "Ma io... ho ancora tre anni di confino, prima di potermi muovere da qui. Sempre che non me lo rinnovino... come spesso fanno."

"E allora aspetterò tre anni. Tu comportati bene, così non te lo rinnovano, no? Non ci verresti volentieri con me, a Napoli?" gli chiese, allegramente.

"Fuori da quest'isola, per quanto bella, verrei ovunque!" gli rispose Aldemaro e fu percorso da un lungo fremito, perché sentì che si stava di nuovo eccitando e che provava un crescente impulso di stringerlo fra le braccia, di baciare quelle bella labbra morbide...

"Sono contento che pranziamo nuovamente assieme. Passi con me anche il pomeriggio?"

"Sì, volentieri." rispose Aldemaro in un sussurro.

"Dopo pranzo, mi fai sentire la radio?"

"Radio Londra trasmette in italiano solo la sera tardi, dopo le dieci, e non mi va di cambiare stazione, perché finalmente ho trovato il punto in cui si sente bene."

"Allora, magari, se resto anche a cena, me la potresti far sentire dopo, no? Zia Tanina non avrà certo niente in contrario a darmi anche la cena."

"D'accordo."

"Ti dà... fastidio, se mi fermo?"

"No... Perché me lo chiedi?"

"Non lo so, ma... non sembri... contento."

"Scusa, ma mi ero semplicemente distratto."

"A cosa pensavi?"

"A... questa guerra... che non so come finirà." disse Aldemaro, ma in realtà non si riferiva a quella combattuta fra l'asse e gli alleati, ma a quella che stava combattendo dentro di sé.

"La tua radio dice che l'Italia le sta prendendo, vero?"

"Sì... Speriamo che... che... che non faccia troppi danni e che... che ci porti... la libertà. Libertà da ogni... confino." mormorò ripensando alle parole del maestro Ferraris.

"E che ognuno possa essere se stesso e non come vuole il regime." aggiunse in un sussurro Aniello.

Salirono in casa.

Donna Tanina li salutò con uno squillante: "Oh, eccovi qui! Sto per mettere in tavola. Ho calcolato bene i tempi."

"Vado un attimo in camera a lavarmi le mani." annunciò Aldemaro. "Torno subito."

Appena fu nella sua stanza, sedette sul bordo del letto e si coprì il volto con le mani, poggiando i gomiti sulle ginocchia. Il respiro gli si fece pesante. Era profondamente agitato, anche se aveva cercato di non darlo a vedere. Si scosse, si alzò, si lavò le mani e se le passò, bagnate, sul volto. Poi si asciugò, fece un profondo sospiro e tornò nella cucina-soggiorno.

Bene o male, riuscì a sembrare tranquillo; pranzarono, poi uscirono tutti e tre a fare due passi. Aldemaro nuovamente al centro, sia donna Tanina che Aniello lo presero sotto braccio.

Cercando di non pensare al suo "problema", Aldemaro chiese: "Ho notato che ci sono sempre meno cani e gatti, in paese."

Aniello ridacchiò: "Non immagini perché?"

"No..."

"Si sussurra che... i confinati, per lo meno quelli con meno soldi, quando nessuno li vede, li acchiappano, gli fanno la festa e se li cucinano per avere un po' di carne da mangiare. È scomparso anche il cane poliziotto del direttore, il dottor Guida, e avessi sentito le sue proteste!"

"Povere bestie!" disse Tanina.

"Sì, ma avrebbero solo da dare più carne ai confinati, zia, no?" ribatté Aniello.

"Ma sì, certo, i cristiani vengono prima delle bestie, però..." ammise la donna.

"Vedi, Aldemaro, zia si commuove di più per cani e gatti che per i confinati!" la prese in giro Aniello.

"Ma no, non dire bestialità!" insorse la donna, "Un cristiano, viene sempre prima di un animale."

"E se fosse un maomettano?" continuò scherzosamente Aniello.

"Mi sa che l'animale sei tu, Aniello. Perché mi vuoi far dire cose che non penso?"

"Eh, Tanina, questi giovani d'oggi non hanno più rispetto per noi vecchi!" le disse sorridendo Aldemaro.

"Ah, ma allora voi due oggi ce l'avete proprio con me! Adesso ci si è messo anche Aldemaro che mi ha pure dato della vecchia!" reagì la donna, ma sorridendo, e risero tutti e tre.

"Via, via, una giovinotta come lei, Tanina, ve ne sono poche qui a Ventotene!" disse allora Aldemaro.

"Sì, sì, cercate di farmela buona, adesso. Ma giratela come volete, la frittata è sempre fatta di uova!"

"A proposito di frittata, zia, non ce ne faresti una per cena? Magari con le erbette? Ne hai di uova in casa?" le chiese Aniello.

"Ah, stai pure a cena? Bisogna vedere se, dopo che mi hai pigliato in giro, ho voglia di darti di nuovo da mangiare."

"Aldemaro... chiediglielo tu, per favore, che magari a te non dice di no." implorò Aniello con un'espressione buffa.

"Donna Tanina, per fare un piacere a me, non perdonerebbe suo nipote, lasciandolo restare anche a cena con noi?"

"E va bene! Solo perché me lo chiedete voi con tanta buona grazia, Aldemaro! E vi farò pure la frittata con le erbette." sospirò la donna, fingendo di rassegnarsi controvoglia.

Stavano passeggiando tutti e tre, chiacchierando e scherzando, quando incrociarono una famiglia del luogo.

"Oh, Tanina, come stai! Che bella cera tieni! Parete proprio una bella famigliola, tu con il tuo pensionante e tuo nipote! Come stai, eh? Sempre fresca come una rosa di maggio, tu!"

"Ma che dici, Antonietta! Fresca come un carciofo appassito, piuttosto. E tuo marito?"

"È dovuto ripartire ieri. Che vuoi, il lavoro lo fa stare più in mare che in casa, da quando è capitano." disse, con evidente fierezza per la promozione del marito.

"Ma almeno non sta in guerra, Antonietta mia. Io sto tanto in pena per i miei due figlioli!"

"Non hai avuto nessuna notizia, ancora?"

"Eh, magari l'avessi avuta! Crescono bene le figliole, neh?"

"Ringraziando il cielo."

Dopo altri scambi di battute, si salutarono e ripresero la loro strada.

"Il marito della Antonietta è capitano nella marina mercantile." spiegò Tanina ad Aldemaro. "L'hanno promosso da poco, perché il vecchio capitano ha avuto un accidente, non ricordo bene come e cosa. Prima stavano di casa a Napoli, è solo da cinque anni che si sono trasferiti qui, dov'era nata la Antonietta."

"A me non sta simpatica..." disse sottovoce Aniello. "E il marito anche meno di lei."

"E le figlie?" gli chiese allora Aldemaro, pensando alla più grande che doveva avere sui diciassette, diciotto anni e che aveva un aspetto assai piacente.

Aniello fece spallucce: "E chi le vede, quelle smorfiose?" rispose.

"Se dici che sono smorfiose, vuol dire che le vedi." disse la zia, stuzzicandolo.

"Certo, come uno vede i sassi per via: per evitarli!" rispose il ragazzo.

Aldemaro, senza sapere e senza chiedersi perché, provò quasi un senso di piacere a questa affermazione del ragazzo.

Tornarono a casa e, mentre Tanina si metteva a preparare la cena, Aniello e Aldemaro sedettero in cucina per farle compagnia e continuarono a chiacchierare tutti e tre assieme.

Aniello era seduto rilassato contro lo schienale della sedia, scostata dal tavolo, le gambe lievemente divaricate, le mani poggiate morbide sulle cosce, la testa leggermente spinta indietro, in modo di poterli guardare entrambi. Aldemaro pensò che era una posa languida, piacevole. Lui, invece, era seduto accanto al tavolo, un po' di tre quarti, il gomito della sinistra poggiato sul piano. Stava lievemente chinato in avanti, aveva la caviglia della gamba sinistra sul ginocchio destro e l'altra mano su essa.

"Tua cugina, adesso, ti fa sempre la domenica, Aniello?" gli chiese.

"Sì, continua a darmi una mano anche adesso che la caviglia le s'è rimessa a posto. Così io sono un po' più libero."

"Ma il caffè non lo sa ancora fare buono come lo fai tu."

Aniello sorrise: "C'è chi nasce dotato e chi no, e io sono dotato, evidentemente."

"Non darti troppe arie, Aniello, neh, che t'ho insegnato io a farlo buono!" interloquì Tanina.

"Sì, ma io ho imparato subito, Rosetta no. Fa meglio che può, mica mi lamento, almeno finché non si lamentano i clienti."

Cenarono, chiacchierarono ancora un po', poi, guardata l'ora, Aldemaro disse ad Aniello: "Prima di andartene via, verresti un attimo di là con me?"

Entrati nella stanza, Aldemaro spostò il letto e tirò fuori dal nascondiglio, una piccola nicchia nel muro, la radio e i cavi; la collegò a terra, poi fuori, all'antenna, quindi mise l'auricolare all'orecchia e ascoltò.

"Quella... roba lì, riceve la radio?" chiese stupito il ragazzo.

"Eh, incredibile, vero? Si sente poco, la ricezione è disturbata, ma si sente."

"Stanno già trasmettendo?"

Aldemaro controllò di nuovo l'orologio: "Dovrebbero cominciare fra poco... Ecco, arriva il segnale..."

Aniello, in piedi accanto a lui, appoggiò l'orecchia alla parte esterna dell'auricolare: "Sento qualcosa anche io... sì... ha detto Radio Londra!" mormorò sottovoce.

Premette di più l'orecchia contro l'auricolare e, così facendo, la sua guancia sfiorò quella di Aldemaro... che fremette con forza e immediatamente sentì sorgere una piacevole erezione far le gambe... E si sentì girare la testa.

Pensò di interrompere quel "pericoloso" contatto, di dare l'auricolare al ragazzo perché ascoltasse... ma non si mosse, non fece nulla. Aniello gli cinse lievemente la vita, stringendosi un po' più a lui.

"Cavolo, sì... si sente... ssst!" disse a se stesso, eccitato per la nuova esperienza.

Ben altra eccitazione si stava scatenando in Aldemaro. Quasi non ascoltava più la trasmissione, tutti i suoi sensi erano proiettati verso quel dolce ragazzo... il cui fianco era lievemente premuto contro il proprio... il cui braccio lo cingeva quasi in un abbraccio... la cui guancia era così dolce contro la sua...

Aldemaro, lentamente, girò il viso verso quello di Aniello, senza perdere il contatto. I loro occhi si incontrarono, la luce eccitata che brillava in quelli del ragazzo sembrò intensificarsi, divenire bruciante. Il corpo di Aldemaro fu afferrato da un tremito e i suoi occhi si velarono di passione, si sentì avvampare, poi scolorare il viso... e le loro labbra si sfiorarono, tremanti, esitanti, misteriosamente calde.

Senza quasi rendersi conto di che cosa stesse facendo, Aldemaro posò sul comò l'auricolare e cinse con le braccia, lieve, la vita di Aniello senza però tirarlo a sé. Il ragazzo gli si addossò e lo strinse a sé e le loro labbra si unirono, le punte delle loro lingue si incontrarono, il loro bacio sembrò far divampare un incendio e Aldemaro si sentì incredibilmente emozionato.

Aniello staccò appena il volto da quello dell'uomo e sospirò: "Finalmente!"

"Finalmente?" gli fece eco Aldemaro, sentendosi la testa girare, sentendosi incredibilmente debole... eppure forte a un tempo, e strinse con maggior vigore il ragazzo a sé.

"Sono mesi che sogno... questo." mormorò il ragazzo, il volto arrossato dal piacere, premendo il bacino contro il suo e facendogli sentire quanto fosse eccitato.

Aldemaro tremò con maggiore intensità: una parte di sé voleva fuggire, ma un'altra, più forte, glielo impediva.

"Ma tu sei... a te piace..." chiese confuso il professore.

"Ti desidero, dal primo giorno che ti ho visto... e conoscendoti... frequentandoti, ho perso la testa per te."

"Ma... ma siamo... tu e io siamo... due uomini..." protestò debolmente Aldemaro.

"Direi proprio di sì... E tu mi piaci da morire."

"Buon dio... com'è possibile? Io... io non ho mai... Io non so se..."

"Non mi desideri?" gli chiese in un caldo sussurro Aniello, sfregando lieve la propria erezione contro quella dell'uomo, attraverso la tela dei loro pantaloni. "Direi proprio di sì..."

Incongruamente, o forse invece a proposito, nella mente di Aldemaro risuonarono le parole del quinto canto dell'Inferno di Dante:

"Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lanciallotto, come amor lo strinse:
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disiato riso
esser baciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi baciò tutto tremante.
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante."

"Aniello... io... io non so cosa mi prende... Sì, ti desidero, ma... siamo due uomini." gemette ancora.

"Non hai mai... prima d'ora... Mai?"

"No, mai. Eppure, da un po' di tempo... Non capisco... sono... confuso... Ma tu... tu invece..."

Aniello sentì la confusione nelle parole dell'uomo, la lesse nei suoi occhi e gli carezzò lieve una guancia, sorridendogli dolce.

"Io... ho capito chiaramente che non mi interessano le ragazze da parecchio tempo. Ma qualche anno fa, quando avevo diciassette anni, ho smesso di divertirmi coi miei compagni, di fare... quelle cose, perché mi sono detto... ho deciso... che mi sarei dato solo all'uomo di cui mi fossi innamorato. Ed ora ti ho trovato... sei qui... e io sono innamorato di te. Non mi vuoi?"

"Innamorato... Buon dio, ma io... io..."

"Non mi vuoi?" chiese nuovamente il ragazzo, in tono dolce.

"Aniello, io... Per me questo è... è così strano, così nuovo... così... incomprensibile... Non m'era mai capitato, in tutta la mia vita di... di provare... di sentire... di essere..."

"Ma ora?"

"Ho... paura... Perché io ti desidero... Ma tu ora mi dici... Tu sei... innamorato di me?"

"Non tu?"

"Mi sento così confuso, Aniello... Ti voglio bene, ti ammiro, mi piaci, ti desidero anche, sì, ma... Com'è possibile? Eh, dimmi? Forse... forse mi manca... mia moglie... una donna e..."

"Davvero? È solo per quello che mi desideri, Aldemaro? Eppure io sono uomo, no? Cerchi solo un... sostituto di una donna, in me?"

"No. No, onestamente. No, ed è proprio questo che mi... turba, che mi confonde. Non so più che cosa sono, capisci?"

"Ti spaventa tanto sentire che sei un uomo che desidera un altro uomo?"

"No, non mi spaventa... ma... mi confonde, come t'ho detto. Io... non ho alcuna esperienza in... in queste cose."

"E pensi di non potermi... amare?"

"Fisicamente?"

"Anche."

"Nutro un forte affetto per te... un crescente affetto."

"E anche desiderio, no?"

"Sì, crescente, questo pure."

"E allora? Perché sei così restio a dimostrarmelo... a goderne con me? Ti ho atteso per tanti anni... dapprima senza sapere che fossi tu... finché non ti ho conosciuto e..."

"Siamo... omosessuali? Tu ed io?"

"È questo il tuo problema, Aldemaro?"

"Sì."

"E perché?"

"Perché... forse perché... fino a ora... cioè... fino a pochi giorni fa... li ho... disprezzati, capisci?"

"Perciò, ora che sai che io lo sono, mi disprezzi?" gli chiese con tenerezza il ragazzo.

"No!" esclamò veementemente Aldemaro. "No..." ripeté poi, sottovoce. "Come potrei disprezzare un ragazzo... speciale come te?"

"Speciale?"

"Buono, intelligente, onesto, dolce, forte, e anche... bello... Non sei tu, il problema, sono io."

"Tu? E perché? Non sei anche tu... tutto quello che hai detto di me? E se la nostra natura ci spinge uno nelle braccia dell'altro..."

"La nostra natura?"

"Io non ho studiato come te, perciò mica lo so se è giusto chiamarla natura, o istinto, o come altro. Però... però io so che tu sei l'uomo che aspettavo e vorrei tanto essere io quello che tu, forse senza saperlo, aspettavi, hai aspettato fino a questi giorni... Il tuo corpo mi sta dicendo che lo sono."

"Oh, Aniello..." gemette l'uomo, stringendosi di più a lui, quasi a cercare riparo dalla tempesta che si stava agitando in lui, rifugiandosi in un porto sicuro, cercando in lui, inconsciamente, la sicurezza che non sentiva in sé.

"Sì... sono qui... per te... se mi vuoi."

"Ti vorrei ma..."

Aniello, quasi lentamente, si staccò da lui, senza cessare di guardarlo negli occhi. Ora, solo le loro mani, posate lievi sulla vita dell'altro, mantenevano un contatto, e Aldemaro sentì un senso di vuoto e provò l'istinto di afferrarlo, di stringerlo nuovamente a sé. Ma non si mosse.

Aniello gli sorrise. "Va meglio, così?" gli chiese in un sussurro.

"No... anzi... Oh, Aniello... non so neanche io cosa voglio veramente... cosa sia giusto fare... Ti desidero e... e credo di... di amarti, anche."

"Bene."

"Bene? Oh, fossi certo che è... bene."

"Ti ripugna l'aspetto... sessuale?"

"Non mi ripugna, no... Ma non mi sento pronto, non mi sento sicuro, è tutto così strano, così sconosciuto, così diverso da ciò che ho conosciuto fino a ora... Eppure... il mio corpo vuole il tuo!"

"Perché allora non lo ascolti? Non credi che il nostro corpo, il nostro istinto ci faccia fuggire dal pericolo, ma cercare quello che sa essere buono per lui?"

"Vorrei tanto dirti di sì... ma non mi sento pronto."

"Se hai bisogno ti tempo... come t'ho aspettato, prima per anni, poi per mesi, posso aspettare ancora. Aspetterò che sia tu a dirmi che hai bisogno di me, come io di te, e non solo per... per condividere un letto, il piacere dei corpi, ma tutto... per condividere la vita."

"Ma se... se non te lo dicessi mai?"

"Non lo credo possibile, però, se accade davvero, significa che non siamo fatti l'uno per l'altro, semplicemente. Ti aspetterò Aldemaro... aspetterò il giorno in cui potrò dire che tu sei il mio uomo e che io sono tuo." disse, staccandosi ulteriormente da lui e anche l'ultimo, lieve contatto fra i loro corpi, cessò.

E Aldemaro sentì la sensazione di vuoto, di solitudine, accentuarsi dolorosamente. Però vinse l'impulso di riprenderlo fra le braccia.

"Ti ho fatto perdere la trasmissione." gli disse sottovoce Aniello.

"Che m'importa, ora, della trasmissione? Io... non voglio farti del male, Aniello, né farlo a me stesso."

"Lo so... anche per questo ti amo."

"Mi ami... Buon dio, e chi non ha bisogno di essere amato... e di amare. Eppure... non mi sento ancora pronto... purtroppo."

"Sì, ti capisco, o almeno credo. Ho detto che ti aspetterò e se e quando ti sentirai pronto ad accettare il mio amore e a darmi il tuo... anche i nostri corpi se lo potranno dire, senza problemi."

"Posso... no, non credo che sia giusto..."

"Che cosa?"

"Vorrei almeno... baciarti, però... Sono così confuso!" ripeté in tono sconsolato, scuotendo lievemente il capo.

Aniello gli sorrise: "Forse, piuttosto, è bene che io ti lasci... in modo di non aumentare la tua confusione."

"Vai già?"

"È meglio, sì. Ci vediamo, Aldemaro. Buona notte e..." disse, ma non terminò la frase, gli fece un cenno di saluto e un sorriso e uscì dalla stanza.

L'uomo sollevò un braccio verso di lui per trattenerlo, ma lo lasciò andare, senza nemmeno sfiorarlo, senza dire una sola parola.

Fece ricadere il braccio. Rimase così, immobile, per lunghi minuti. Poi staccò i collegamenti, nascose nuovamente la radio, e si lasciò andare sul letto, senza spogliarsi, lo sguardo fisso sul buio del soffitto della stanza.


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